{"id":2379,"date":"2020-07-23T15:13:06","date_gmt":"2020-07-23T13:13:06","guid":{"rendered":"http:\/\/villafreischuetz.org\/?p=2379"},"modified":"2020-07-27T10:34:30","modified_gmt":"2020-07-27T08:34:30","slug":"cartolina-da-una-storia-di-rosamaria-casagrande","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.villafreischuetz.org\/it\/2020\/07\/23\/cartolina-da-una-storia-di-rosamaria-casagrande\/","title":{"rendered":"Una storia di Romina Casagrande per la &#8220;Villa Freisch\u00fctz&#8221;"},"content":{"rendered":"\n<p>La collezione della &#8220;Villa Freisch\u00fctz&#8221; era fonte di ispirazione per la scrittrice meranese Romina Casagrande. Lei \u00e8 affascinata particolarmente da Isabel Ugarte (1842-1938), la cognata peruvania di Franz Fromm, e ha scritto questo racconto. Grazie di cuore, Romina!<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery columns-2 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\"><ul class=\"blocks-gallery-grid\"><li class=\"blocks-gallery-item\"><figure><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"561\" height=\"842\" src=\"https:\/\/villafreischuetz.org\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Romina_Casagrande.jpg\" alt=\"Romina Casagrande\" data-id=\"2397\" data-full-url=\"https:\/\/villafreischuetz.org\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Romina_Casagrande.jpg\" data-link=\"https:\/\/villafreischuetz.org\/it\/2020\/07\/23\/cartolina-da-una-storia-di-rosamaria-casagrande\/romina_casagrande\/\" class=\"wp-image-2397\" srcset=\"https:\/\/www.villafreischuetz.org\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Romina_Casagrande.jpg 561w, https:\/\/www.villafreischuetz.org\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Romina_Casagrande-200x300.jpg 200w\" sizes=\"auto, (max-width: 561px) 100vw, 561px\" \/><figcaption class=\"blocks-gallery-item__caption\">Romina Casagrande<\/figcaption><\/figure><\/li><li class=\"blocks-gallery-item\"><figure><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"442\" height=\"715\" src=\"https:\/\/villafreischuetz.org\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Isabel_Ugarte2.jpg\" alt=\"Isabel Ugarte\" data-id=\"2389\" data-full-url=\"https:\/\/villafreischuetz.org\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Isabel_Ugarte2.jpg\" data-link=\"https:\/\/villafreischuetz.org\/it\/2020\/07\/23\/cartolina-da-una-storia-di-rosamaria-casagrande\/isabel_ugarte2\/\" class=\"wp-image-2389\" srcset=\"https:\/\/www.villafreischuetz.org\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Isabel_Ugarte2.jpg 442w, https:\/\/www.villafreischuetz.org\/wp-content\/uploads\/2020\/07\/Isabel_Ugarte2-185x300.jpg 185w\" sizes=\"auto, (max-width: 442px) 100vw, 442px\" \/><figcaption class=\"blocks-gallery-item__caption\">Isabel Ugarte<\/figcaption><\/figure><\/li><\/ul><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-large-font-size\"><em>Cartolina da&#8230;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Parigi 1906<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La donna camminava a passo svelto e sicuro, badando che gli stivaletti non affondassero nelle buche in cui la pioggia, che a quell\u2019ora del mattino cadeva ancora fitta, si raccoglieva tintinnando come argento vivo. Era cos\u00ec, Parigi: una citt\u00e0 di grandi viali circondati da tigli in fila come diligenti soldati, parchi dalle aiuole curate, caff\u00e8 con thonet rivestite di porpora su cui sedersi mollemente per sorseggiare cioccolata speziata. E &#8211; sospir\u00f2, svuotando i polmoni di ogni residuo di entusiasmo &#8211; pioggia. Tanta, fastidiosa pioggia, che scendeva da un cielo capriccioso che copriva la citt\u00e0 come una volta di Michelangelo, ma priva della sua luce.<\/p>\n\n\n\n<p>Raddrizz\u00f2 la schiena e aggiust\u00f2 la borsa che pendeva a tracolla sulla spalla. Tuttavia era bella Parigi, pens\u00f2. Una delle citt\u00e0 in cui aveva deciso di fermarsi, anche se ogni viaggio &#8211; lei lo sapeva bene &#8211; aveva la sua scadenza. Ma cambiare spesso casa non era forse un modo per sentirsi liberi? Il pensiero si aren\u00f2 come una zattera spinta nella rena da un\u2019onda furiosa e lei sent\u00ec un nodo stringerle la gola, corde attorcigliarsi attorno alle gambe, alla vita, serrarle il cuore. Cerc\u00f2 con le dita il cuoio sicuro della borsa, lo scoglio cui aggrapparsi in attesa di avvistare di nuovo terraferma. Nella sua tasca interna erano custoditi due biglietti, che portava sempre appresso. Era cos\u00ec diverso, il loro contento. Uno, quello di carta brunita, veniva dalla citt\u00e0 a sud dell\u2019impero, un minuscolo paese cinto fra le montagne, rocce di boschi umidi da cui sbucavano le torri tozze e le mura ben conservate di castelli medievali. Era la citt\u00e0 dei suoi parenti, del cognato e degli adorati nipoti. L\u2019altro, invece, portava su carta gialla il timbro del luogo che avrebbe raggiunto quella mattina &#8211; come molte altre &#8211; nonostante la pioggia, le pozzanghere, le calze inumidite sotto la punta zuppa degli scarponcini e la coda del vestito ormai inzaccherata di fango. Nello spazio tra quei due biglietti c\u2019era il suo mondo, tutto quello che lei, Isabel Ugarte, era stata e avrebbe mai potuto essere. Non era un pensiero cattivo, tantomeno triste. Semplicemente, le cose erano andate cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Super\u00f2 le carrozze parcheggiate al bordo della strada, rivolgendo un sorriso gentile ai cocchieri che si levavano il cappello per invitarla a salire. Perch\u00e9 mai una donna tanto elegante avrebbe dovuto percorrere tutto quel viaggio a piedi, sotto un cielo che sputava acqua e raffiche di vento, se bastava salire uno scalino e lasciarsi avvolgere dal velluto che imbottiva il caldo abitacolo trainato dai cavali?<\/p>\n\n\n\n<p>Isabel sorrise: perch\u00e9 camminare era un\u2019altra delle piccole scelte concesse e che la facevano sentire libera. Le piaceva ascoltare il sangue che fluiva irrorando i muscoli e pompando forte il cuore, lasciarsi distrarre da un vicolo o, come in quell\u2019istante, dall\u2019odore acre delle baracche del maquis.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli interventi del prefetto Haussmann avevano trasformato Parigi da sporco villaggio medievale, dalle viuzze contorte e lerce in cui si raccoglievano liquami e odori di ogni sorta, alla grande capitale di marmi bianchi e lampioni di luce brillante che respingevano le ombre di qualsiasi notte. Ma il maquis no, quello nessuno aveva potuto cancellarlo con un morso di pala. Se ne stava ancora l\u00ec, affacciato al boulevard come una donna curiosa, scompigliata dal poco sonno di una notte in festa. Isabel lo sentiva, avvertiva la sua forza blasfema e selvaggia scorrerle sulla pelle. I legni sconnessi delle sue casupole dai tetti rotti, i cespugli di menta selvatica che si allungavano come dita, arrampicandosi sui muri, nelle crepe dei viali, fino a coprire in parte la povert\u00e0 di un mondo che, solo a un passo, al di l\u00e0 del boulevard Hausmann, si trasformava nel sogno che i derelitti del maquispotevano soltanto sperare di avvistare, coprendo con un palmo gli occhi per ripararsi dal sole che si rifletteva nelle enormi finestre dei palazzi bianchi oltre il viale. Era da l\u00ec, da quelle baracche povere ma la cui sciatta tristezza era coperta da sottili strati di vernice colorata, che arrivavano i nuovi artisti, ai piedi della collina dei martiri, ciascuno a trascinare la propria croce insieme ai vestiti strappati e i volti troppo sinceri per nascondere tutti i loro sogni, per non gridare quanto avrebbero voluto salvarsi. Il grande Renoir abitava ancora laggi\u00f9, insieme alla famiglia, con una moglie con le guance tonde e rosse come quelle di una contadina. Si diceva fossero molto felici.<\/p>\n\n\n\n<p>Un signore con rotondi occhiali di corno alz\u00f2 lo sguardo e indugi\u00f2 su di lei un istante di troppo che bast\u00f2 a pungerla, accelerando il respiro. Ma non erano i suoi occhi neri che stava guardando \u2013 riflett\u00e9 come a rassicurarsi \u2013 n\u00e9 la carnagione olivastra, ad aver destato la sua attenzione. Doveva essere stato il suo portamento, s\u00ec. La schiena delicatamente arcuata in una linea a <em>S<\/em> che risaltava cos\u00ec bene sotto il bolero ricamato e il colletto alto.<\/p>\n\n\n\n<p>Oppure &#8211; ridacchi\u00f2 tra s\u00e9 &#8211; si era chiesto cosa contenesse quella borsa da uomo, tanto pesante che avrebbe potuto nascondere l\u2019armamentario di un dottore. Una borsa molto speciale.<\/p>\n\n\n\n<p>Cosa ne aveva fatto della sua libert\u00e0? Ci aveva comprato quella borsa e tutto il suo prezioso, bizzarro &#8211; a detta di molti &#8211; contenuto.<\/p>\n\n\n\n<p>La pioggia cadeva senza tregua, cancellando i confini delle cose e lei, Isabel Ugarte, doveva soltanto camminare evitando le pozzanghere.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p>Si ferm\u00f2 di fronte ai muri dorati dell\u2019imponente edificio, il fiato che graffiava la gola e le guance arrossate. Fece un profondo respiro, stringendo la borsa al fianco, e prese dalla tasca il biglietto con il timbro. Non era che un foglio di carta consumato e ingiallito che riportava una data ormai vecchia, ma lei sperava sarebbe bastata come lasciapassare.<\/p>\n\n\n\n<p>La pioggia rimbalzava sui tetti neri e sulle cupole d\u2019ardesia. Scendeva in rigagnoli lungo il vetro delle finestre che intrappolava la poca luce che venava il cielo. L\u00ec avevano vissuto i re di Francia, con le loro mogli, le loro amanti, i loro servi bugiardi. Fino a quando Luigi XIV aveva scelto di proteggersi dall\u2019invidia della nobilt\u00e0, barricandosi in un casino di caccia che galleggiava sull\u2019acqua insalubre delle paludi e aveva tumulato se stesso insieme a quella nobilt\u00e0 di cui temeva l\u2019invidia. Stringere a s\u00e9, legare, per controllare, in una gabbia dalle sbarre dorate che a guardarle dall\u2019interno potevi scambiarle per colonne di un tempio. Gi\u00e0, perch\u00e9 il casino di caccia era stato trasformato in una reggia, e la corte che lo abitava, in una sfarzosa compagnia che attraversava le sue infinite stanze come la scena di un teatro.<\/p>\n\n\n\n<p>La nascita di Versailles aveva avuto un pregio: aveva lasciato dietro di s\u00e9 il Louvre. Il maestoso palazzo dai tetti d\u2019ardesia da cui il re era fuggito una notte, e che ora si stagliava davanti a lei emergendo dalla pioggia come il castello fatato di Avalon, era diventato il tempio dell\u2019Arte, l\u2019involucro in cui era custodito il meglio che l\u2019ingegno di pittori e artisti avesse donato al modo.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p>E lei, Isabel Ugarte, ora era l\u00ec dentro, con la sua pesante borsa da uomo che a guardarla non avresti indovinato cosa celasse, e in mano un foglietto ingiallito &#8211; il primo dei due biglietti custoditi nella tasca &#8211; &nbsp;che l\u2019usciere le aveva appena restituito con un sorriso composto.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p>\u201cStraniera?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Isabel si volt\u00f2 verso la voce.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cHo sentito come ringraziava l\u2019usciere. E non ho potuto fare a meno di notare la sua cadenza.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Isabel scrut\u00f2 l\u2019uomo senza rispondere.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSpagnola? Lo sono anch\u2019io\u201d le sorrise. \u201cConosce forse un nome meno francese di Ramon?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Isabel sospettava che ora sarebbe toccato a lei doversi presentare. Eppure non aveva alcuna voglia di raccontare di s\u00e9. Ma tanto valeva\u2026 L\u2019uomo le si era affiancato e sembrava intenzionato ad accompagnarla \u2013 anche se \u2018scortarla\u2019 sarebbe stata la definizione pi\u00f9 adatta \u2013 ovunque lei avesse dovuto arrivare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIsabel Ugarte.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cUgarte\u2026\u201d ripet\u00e9 lui, accarezzandosi il mento, lo sguardo obliquo, come a cercare una risposta che non arrivava.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSono nata in Per\u00f9. Ma \u00e8 da molto che non ci torno.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSud America\u201d esclam\u00f2 l\u2019uomo, gli occhi scuri accesi di curiosit\u00e0. \u201cE che ci fate da queste parti? Siete venuta ad ammirare le opere di Rubens o la nuova collezione di impressionisti lasciata da monsieur Caillebot?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNon proprio\u201d, Isabel avrebbe voluto svelare il suo piccolo segreto, quello che aveva a che fare con la sua borsa. Ma anche quella era libert\u00e0: non rivelare, godere intimamente di un piccolo privilegio che si era cos\u00ec tenacemente conquistata.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cOgni volta che metto piede qui dentro, mi prende un senso come di malinconia\u201d, continu\u00f2 lui, arresosi alla scarsa loquacit\u00e0 della donna. \u201cCi vengo per lavoro, sono un pittore.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNon mi dica, un pittore.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cGi\u00e0\u201d, rispose lui senza nascondere un sorriso orgoglioso che piegava i baffi in due sbuffi dorati. \u201cVengo qui per imparare dai grandi che ci hanno preceduto, ma non posso fare a meno di pensare che ogni oggetto, contenuto in queste sale, non sia che il frutto di rapine e massacri.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cDite sul serio?\u201d, ora Isabel era attenta, concentrata sulle parole dell\u2019uomo, che annuiva con un profondo cenno del mento.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cI tesori della corona confiscati ai re mandati al patibolo, gli ori rubati alla Chiesa dai rivoluzionari <em>sans culottes<\/em> o quelli lasciati dai fuggitivi nelle vecchie ville alle quali i repubblicani appiccarono il fuoco, gli oggetti depredati da Napoleone durante le campagne militari in Egitto\u2026 Serve qualche altro esempio?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNon ci avevo mai pensato\u201d, ed era vero.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cVoi venite dal Sud America e avete sangue\u2026\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cMisto\u201d, rispose lei puntando il suo sguardo fiero e fermo nel suo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cMisto\u2026 Intende, indios?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSe vuole sapere se sono la figlia illegittima di qualche unione nata dal capriccio di un ufficiale bianco, incapace di tenere ben chiusi i calzoni, no, monsieur&nbsp; Ramon. Mio fratello, Alfonso Ugarte, \u00e8 morto da eroe, combattendo la battaglia d\u2019Arica, in Cile. \u00c8 stato tra i valorosi che difesero la citt\u00e0. \u00c8 morto a trentatr\u00e9 anni e gli hanno dedicato una statua. Si trova nella piazza centrale.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cUna statua\u201d ripet\u00e9 lui, \u201cgli hanno dedicato <em>addirittura<\/em> una statua\u201d, disse per nulla commosso. \u201cSi sono presi la sua giovane vita e dalla polvere di quelle ossa hanno plasmato un fantoccio che servir\u00e0 da posatoio ai colombi.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSi \u00e8 comportato con onore e coraggio. Ha difeso la citt\u00e0 fino all\u2019ultimo\u201d, rispose Isabel, sforzandosi di mantenere ferma la voce, inarcata dalla rabbia e dal dolore. Non passava giorno senza che il ricordo di Alfonso e della sua ultima agonia, senza che il pensiero della paura di un uomo alle strette, che guardava in faccia la morte, non le facesse scorgere nelle venature rossastre del tramonto al di l\u00e0 della finestra il sangue che sgorgava dalle ferite di suo fratello, steso a terra, solo, il nobile corpo martoriato.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cMi perdoni, non volevo sembrarle insensibile, ma ho sempre pensato che quella del Pacifico fosse una guerra sciocca, come tutte le guerre. Il Per\u00f9 doveva tirarsene fuori e lasciare che Cile e Bolivia sbrogliassero i loro interessi da soli, accapigliandosi fino a stancarsi, come bambini capricciosi.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cEsiste l\u2019onore, monsieur Ramon. I patti, le alleanze.\u201d <em>Le promesse<\/em>, pens\u00f2 Isabel. Quelle che stringono cuori e anime in nodi tanto indissolubili che nessuna guerra, nessun uomo potrebbe osare spezzare. Una promessa simile a quella che era scritta con inchiostro nero su di un foglio di carta brunita, piegato con cura nella tasca interna di una borsa da uomo troppo pesante per lei.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando furono sotto il dipinto, la sfil\u00f2 dalla spalla e la appoggi\u00f2 sul pavimento di legno. Estrasse senza fretta la tela, i colori (cinabro, terra di siena, indaco), la pezza di lino e i pennelli di martora. Sfil\u00f2 lentamente la stoffa che copriva la superficie della tela e rest\u00f2 a guardare il dipinto mentre, dietro di lei, avvertiva il silenzio lasciato dal fiato spezzato di Ramon e ne intuiva il volto sbigottito.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLo ha fatto lei?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Isabel annu\u00ec. \u201cUna copia.\u201d Lo sguardo rimbalzava dalla tela fra le sue mani a quella, simile, appesa davanti a loro. \u201cUna copia del ritratto di Jean Baptiste Greuze che ha di fronte. <em>La cruche cassee<\/em>. \u00c8 la fanciulla della favola di Lafontaine, Perrette, la lattaia.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLa conosco bene, quella storia\u201d incalz\u00f2 l\u2019uomo. \u201cLa fanciulla che porta il latte al mercato, perdendosi a fantasticare lungo il tragitto su tutti i modi nei quali potr\u00e0 spendere la sua piccola fortuna.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cMa poi il latte si rovescia\u2026\u201d disse Isabel posando il quadro.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cE lei perde tutti i suoi sogni\u201d, Ramon stette in silenzio, e per qualche istante la stanza parve galleggiare come un oceano muto intorno a loro, una distesa liquida che li stringeva in onde possenti e delicate come broccato. \u201cE lei, lei cos\u2019ha perduto, Isabel?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Isabel lo guard\u00f2, le labbra serrate, gli occhi fermi e silenziosi che indagavano in quelli di lui.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSoltanto qualche macchia di colore sullo sfondo\u201d disse, fingendo di non aver compreso che l\u2019uomo stava riferendosi a qualcosa di pi\u00f9 intimo e personale. \u201cHo realizzato questo quadro qualche tempo fa, ma queste macchie sono rimaste e voglio correggerle. Il quadro sar\u00e0 un regalo.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019uomo scosse la testa e la osserv\u00f2 con un sorriso benevolo. \u201cA volte \u00e8 meglio non aggiustare. Non trova noiosa, troppa perfezione? Crede davvero che le macchie di luce di Renoir non siano altro che composte sbavature?\u201d, disse abbassando la voce, che prese il moto lento e profondo di un fiume che si insinua nell\u2019oceano.<\/p>\n\n\n\n<p>Altri uomini si erano affacciati alla sala e richiamavano Ramon, ridendo e allungando le braccia. Lui fece loro cenno di aspettare, si pieg\u00f2 in un breve inchino. Doveva andare. \u201cLe auguro di ritrovare tutti i suoi sogni, <em>Se\u00f1ora<\/em> <em>Isabel<\/em>.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Isabel avvamp\u00f2. Nessuno la chiamava cos\u00ec da molto tempo e sentire il suo nome pronunciato dalla calda voce spagnola le fece ricordare con nostalgia pi\u00f9 furiosa il verde delle foreste della sua terra, il profumo del suolo nero, scaldato dal sole. Ma si tenne ferma, decisa a non lasciarsi portare via da quel vento che sapeva di rocce e di mare.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cPer\u00f2 mi ha ingannato\u201d, disse l\u2019uomo, alzando la voce perch\u00e9 lei potesse sentirlo mentre raggiungeva gli amici.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cPerch\u00e9 mai?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNon mi ha detto di essere una pittrice.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLei non me lo ha domandato.\u201d I baffi dell\u2019uomo si sollevarono con un accento ilare che risal\u00ec fino alle pupille scure e le fece brillare come agata attraversata dal sole. Isabel restitu\u00ec il sorriso.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p>Mancavano pochi particolari al quadro. Il colore era colato in minuscole macchie sullo sfondo. Nulla di irreparabile &#8211; occorreva avvicinare di molto il viso alla tela per notare la sbavatura &#8211; ma sarebbe stato un regalo, un regalo per i nipoti, e non voleva che arrivasse loro sciatto, neppure di una sola imperfezione.<\/p>\n\n\n\n<p>Isabel aveva imparato da sola a dipingere. Nessun maestro, nessuna scuola, era stato semplice e naturale, come imparare a nuotare o a spingersi sull\u2019altalena. E aveva provato la stessa felicit\u00e0, semplice, di quando da bambina sentiva il vento, che spirava dall\u2019oceano, infilarsi fra i capelli e solleticarle la nuca.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p>Aveva lavorato pazientemente tutto il pomeriggio, con la medesima cura e il medesimo entusiasmo con cui qualche anno prima aveva realizzato quello stesso quadro.<\/p>\n\n\n\n<p>Seduta su una panchina, ad annusare la sera limpida che sapeva ancora di pioggia, con la sua borsa richiusa e il suo quadro ripulito ben avvolto nella tela, si chiedeva come sarebbe stato tornare a Villa Freisch\u00fctz, nella piccola citt\u00e0 fra le montagne del Tirolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Intanto, guardava Parigi come la lattaia di Lafontaine scrutava piena di ammirazione la sua brocca di latte. E sentiva di aver realizzato i suoi sogni. Parigi era abbastanza vasta per contenerli tutti. C\u2019erano artisti da incontrare e quadri da studiare, tele su cui dipingere, nuovi colori da scoprire e mescolare. E quando Parigi non fosse pi\u00f9 bastata, ci sarebbero state la calda Barcellona e l\u2019austera Berlino.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, per\u00f2, la attendevano Franz e i nipoti, il giardino di Villa Freisch\u00fctz con i suoi alberi altissimi che spandevano profumo di resina e le stanze dai soffitti fino al cielo e il parquet a spina di pesce.<\/p>\n\n\n\n<p>Prese dalla tasca interna della borsa il secondo biglietto, un foglio di carta brunita, e sorrise della grafia incespicante.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-style-default is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>\u201cDichiaro oggi, 14 ottobre 1906, dinnanzi a testimoni: non si lascer\u00e0 tentare in alcun modo dal restare a vivere in Per\u00f9, sua patria.\u201d <em>(1)<\/em><\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Uno dei nipoti aveva pure apportato la firma del notaio, ma lo si leggeva dal tracciato incerto delle lettere che si trattava di uno scherzo.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Gi\u00e0, uno scherzo<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma c\u2019era qualcosa di vero e di caparbiamente serio, in quella buffa messinscena allestita per divertimento, pens\u00f2 mentre sentiva la brocca scivolarle via dalle mani, il braccio all\u2019improvviso leggero, e rumore di ceramica che si schiantava a terra e si rompeva in mille schegge che rimbalzavano sul marmo stridendo come gusci rotti di conchiglia.<\/p>\n\n\n\n<p>E quel rumore schiacciava il cuore, le toglieva il fiato.<\/p>\n\n\n\n<p>Per un istante le parve di vedere Louise, la moglie dello zio, camminare attraverso le stanze della vecchia casa \u2013 quella in cui abitavano prima di Villa Freischuetz &#8211; e sgridare bonariamente Franz che accumulava opere e quadri, pensando soltanto alla sua collezione e inseguendo mercanti. Avrebbero finito per essere scacciati dalle statue che si prendevano tutto il posto, lo ammoniva Louise ridendo. Ed era un ricordo felice. Poi per\u00f2, all\u2019improvviso, la vide camminare pallida nel parco, abbracciata a Franz, e segu\u00ec la sua figura consumata fino a quando sfum\u00f2 nel verde del giardino. Una macchia di colore appena pi\u00f9 densa dell\u2019erba. Quello era l\u2019ultimo ricordo che conservava di Louise. Louise, che non aveva fatto in tempo a vedere Villa Freischuetz.<\/p>\n\n\n\n<p>Riemp\u00ec i polmoni di aria e la scacci\u00f2 fuori per ritrovare le forze e un pensiero felice.<\/p>\n\n\n\n<p>Non vedeva l\u2019ora di riabbracciare i nipoti. Era una zia importante per loro e a loro aveva fatto una promessa. L\u2019aveva scritta con inchiostro nero su un foglio di carta brunita.<\/p>\n\n\n\n<p>Non sarebbe pi\u00f9 andata in Per\u00f9, che voleva dire: non lasciarli mai soli, esserci, anche al posto di una madre che non avevano pi\u00f9. Ed era un pensiero caldo, che la faceva stare bene. Esserci per qualcuno ti fa sentire importante.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora perch\u00e9 sentiva quel vuoto dentro mulinare nello stomaco e attorcigliare le viscere?<\/p>\n\n\n\n<p>Respir\u00f2 l\u2019odore delle baracche del maquis. Quell\u2019odore selvaggio che le sarebbe mancato sempre. E poteva trovare, proprio come la lattaia di Lafontaine, mille modi per spendere la sua libert\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la brocca si era rotta e lei stava l\u00ec, a chiedersi cosa fosse quella libert\u00e0. Dal momento che non avrebbe pi\u00f9 riabbracciato Alfonso, n\u00e9 si sarebbe lasciata accarezzare dalla foresta, o nel momento in cui pensava a quella famiglia spezzata, alla sua promessa, e ai consigli che il povero Franz le elargiva nelle sue lettere come un padre premuroso. Come un uomo che non voleva pi\u00f9 perdere nessuno degli affetti che stringeva a s\u00e9 con avidit\u00e0 di vita. Ed era tutto l\u00ec, su quel biglietto, in una promessa fatta per gioco.<\/p>\n\n\n\n<p>Guard\u00f2 il quadro. Non si vedevano pi\u00f9 le macchie.<\/p>\n\n\n\n<p>Fece un respiro profondo. Pens\u00f2 al pittore che le aveva detto qualcosa, sulla perfezione, che ora non ricordava.<\/p>\n\n\n\n<p>Sapeva per\u00f2 che quella mattina non era certa che sarebbe riuscita. Eppure, ce l\u2019aveva fatta.<\/p>\n\n\n\n<p>E sarebbe stato cos\u00ec. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Avrebbe scelto i colori pi\u00f9 belli. Indossato i vestiti migliori. E avrebbe trovato la sua giungla nel giardino di villa Freisch\u00fctz. Forse in ogni giardino in cui avesse messo piede.<\/p>\n\n\n\n<p>E avrebbe trovato un po\u2019 degli occhi di Alfonso, in ciascuno dei suoi nipoti.<\/p>\n\n\n\n<p>Il vento del maquis le scompigli\u00f2 i capelli e le rub\u00f2 il cappello che ruzzol\u00f2 nella polvere. Lo raccolse, ma, quando stava per stringere il fiocco sotto il mento, si ferm\u00f2. Se lo sfil\u00f2 lentamente, lasciando che il vento attorcigliasse le ciocche sfuggite alle forcine.<\/p>\n\n\n\n<p>In fondo, pens\u00f2, avrebbe trovato mille modi per essere libera e avrebbe riaggiustato molte volte la sua brocca.<\/p>\n\n\n\n<p>Molte, fino a quando fosse stata libera davvero.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-text-color has-background has-vivid-green-cyan-background-color has-vivid-green-cyan-color\"\/>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">(1) <em>Declaro en esta de Meran el dia 14 de octobre de 1906 ante testigos: de jue no se dejaria tentar por nada de quedarse para vivir en el Per\u00f9, su patria.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La collezione della &#8220;Villa Freisch\u00fctz&#8221; era fonte di ispirazione per la scrittrice meranese Romina Casagrande. Lei \u00e8 affascinata particolarmente da Isabel Ugarte (1842-1938), la cognata peruvania di Franz Fromm, e ha scritto questo racconto. Grazie di cuore, Romina! 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