{"id":29136,"date":"2021-10-07T18:31:44","date_gmt":"2021-10-07T16:31:44","guid":{"rendered":"https:\/\/www.villafreischuetz.org\/?page_id=29136"},"modified":"2022-08-19T10:46:05","modified_gmt":"2022-08-19T08:46:05","slug":"podcast","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.villafreischuetz.org\/it\/il-mantello\/podcast\/","title":{"rendered":"Podcast"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-huge-font-size\">1<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Podcast: Il mantello etiope: puntata 1 \u201cAvvio\u201d<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Villa Freisch\u00fctz, Fondazione Navarini-Ugarte, Merano<\/p>\n\n\n\n<p>Autrice: Ariane Karbe<\/p>\n\n\n\n<p>CANZONE DI MARION MORODER \u201cUn lungo viaggio\u201d (ritornello)<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ariane Karbe (AK):<\/strong> Benvenuti e benvenute alla Villa Freisch\u00fctz! In questo momento mi trovo nel sottotetto della villa, dove viene conservata la maggior parte degli oggetti. Dovete immaginare che intorno a me sia stato utilizzato praticamente ogni millimetro, ci sono scaffali con decine di casse. Ed \u00e8 di una cassa in particolare che tratteremo oggi, eccola qua: \u00e8 piuttosto grande, nera con un\u2019etichetta che dice \u2018abito cerimoniale: velluto con ricami in oro e argento \u2013 Etiopia (Menelik).\u2019 Mi ha incuriosita da quando ho iniziato la collaborazione come libera curatrice, qui nella squadra di Villa Freisch\u00fctz: Menelik, l\u2019imperatore abissino! Le casse erano state nominate velocemente durante una prima inventariazione, ne parleremo a breve. Ma se davvero fosse giusto ci\u00f2 che \u00e8 scritto, se davvero il mantello lussuosamente ricamato fosse appartenuto al sovrano abissino, cosa ci fa in un\u2019incantevole villa di Maia Alta, a Merano in Alto Adige? Come ci \u00e8 arrivato? E \u2013 questa la domanda che mi affligge di pi\u00f9 \u2013 \u00e8 qui che dovrebbe essere? O dovrebbe piuttosto tornare in Etiopia? Questo \u00e8 ci\u00f2 che vogliamo finalmente scoprire.<\/p>\n\n\n\n<p>MUSICA<\/p>\n\n\n\n<p>Il mantello etiope \u00e8 questo: una storia di guerra, colpa e dimenticanza. \u00c8 anche la storia di come un piccolo museo possa dedicarsi a domande cruciali. Questo podcast \u00e8 una produzione della Fondazione Navarini-Ugarte e fa parte delle iniziative dell\u2019anno museale dell\u2019Euregio. Io sono Ariane Karbe, drammaturga delle esposizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Puntata 1: Avvio<\/p>\n\n\n\n<p>MUSICA<\/p>\n\n\n\n<p>Villa Freisch\u00fctz \u00e8 un museo molto giovane, aperto solo nel 2019. Qui, nella villa, un tempo e per decenni, ha vissuto la famiglia del collezionista d\u2019arte Franz Fromm. Verso la fine vi abit\u00f2 sua nipote Rosamaria, rimasta da sola per diversi anni. Quando mor\u00ec, nel 2013, lasci\u00f2 indicato nel proprio testamento che Villa Freisch\u00fctz sarebbe dovuta diventare un museo. Per poter realizzare questo suo desiderio, si sono dovuti inventariare tutti gli oggetti. E di corsa. Dovevano essere identificati, fotografati e puliti. Considerato che si trattava di centinaia di oggetti, si pu\u00f2 dire che sia stata un\u2019impresa titanica. La villa era piena di cose, dal sottotetto, per i due piani sottostanti e fino alla cantina. E per tale impresa avevamo a disposizione un solo anno. Queste le regole, e solamente dopo la Fondazione sarebbe potuta venire ufficialmente riconosciuta.<\/p>\n\n\n\n<p>Rosamaria Navarini aveva convocato nel direttivo della Fondazione l\u2019amica Karin Pircher e l\u2019architetta Herta Waldner. Ed entrambe si sono messe all\u2019opera per prendere visione di tutto e catalogarlo identificando ogni oggetto con alcune parole chiave. Per svolgere ricerche su ciascun oggetto non c\u2019era abbastanza tempo. E fu cos\u00ec che un mantello finemente ricamato fin\u00ec in una scatola di cartone e Herta e Karin lo identificarono scrivendo sull\u2019etichetta: \u2018abito cerimoniale: velluto con ricami in oro e argento \u2013 Etiopia (Menelik).\u2019 Come sia arrivata al nome di Menelik, ce lo racconta Herta stessa:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Herta Waldner:<\/strong> Dunque, avevo avuto in mano gi\u00e0 diversi oggetti, stoffe o paramenti, in questa casa. Ho realizzato subito che non potesse essere riconducibile alla tradizione cattolica o ecclesiastica. Ho poi visto che \u00e8 una speciale lavorazione del ricamo dorato alla francese, abbiamo anche un\u2019uniforme belga in uno stile simile. E all\u2019epoca ho chiesto anche per caso riguardo ad altri oggetti al Dr. Richtsfeld di Monaco di Baviera, del Museo dei Cinque Continenti. E l\u00ec ho pensato, forse meglio se gli mando qualche fotografia. E poi lui mi ha risposto \u201cnon me ne intendo, lo passo a una collega\u201d. Ed \u00e8 subito arrivata una risposta: s\u00ec, anche noi abbiamo qualcosa di simile, un paramento sacerdotale etiope. E questo \u00e8 stato gi\u00e0 un buon inizio. Ho potuto poi fare ricerche su internet e ho trovato anche qualcosa in un museo a Zurigo. Ho poi cercato insieme a paramenti religiosi anche re Menelik ed \u00e8 venuta fuori una foto di Menelik con un mantello molto simile. Abbiamo anche delle monete etiopi. E quindi ho semplicemente tratto la conclusione, visto che sapevo che il generale Enea Navarini era stazionato originariamente in Etiopia, cio\u00e8 a Gimma, che potesse essere un regalo o qualcosa che avesse portato via da qualche parte, magari anche in qualche modo non del tutto legale\u2026 poteva essere.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Enea Navarini. <em>Il generale<\/em> Enea Navarini. \u00c8 proprio di lui che si parler\u00e0 qui. Nel 1925 aveva sposato la figlia del collezionista d\u2019arte Franz Fromm; un anno dopo era venuta al mondo la loro figlia Rosamaria, che successivamente sarebbe diventata la fondatrice del museo. Navarini aveva intrapreso presto la carriera militare e aveva combattuto gi\u00e0 nella prima campagna di Libia durante la Prima guerra mondiale, come soldato. &nbsp;E nel 1936 \u00e8 partito per la guerra in Abissinia, che l\u2019Italia aveva avviato nell\u2019ottobre del 1935. Rimase stazionato l\u00ec per due anni. Tutto ci induce a pensare che sia stato lui a portare il lussuoso mantello dall\u2019Etiopia a Merano. Ma questa tesi vogliamo corroborarla e quindi la approcceremo in questo podcast da diverse direzioni<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Italia e l\u2019Etiopia condividono, quindi, un passato difficile. Per questo ho cercato di avere manforte per questo progetto coinvolgendo Hannes. Hannes Obermair, storico bolzanino, esperto \u2013 fra le altre cose \u2013 anche di ricerche sul fascismo. Perch\u00e9 il tutto si complica ulteriormente per il fatto che il Sudtirolo \u00e8 appartenuto fino alla Prima guerra mondiale all\u2019Austria-Ungheria e solo successivamente venne annesso all\u2019Italia. Se qui parliamo quindi del \u201cnostro passato\u201d non \u00e8 sempre chiaro a chi appartenga quel passato di cui si parla. Per questo il rischio \u00e8 elevato di muoversi attorno a questo tema come un elefante in un negozio di porcellane. Cosa che vorremmo evitare il pi\u00f9 possibile. Con il nostro progetto vorremmo che le nostre domande portassero le persone ad avvicinarsi, che non si allargassero le spaccature ma che semplicemente si portasse l\u2019attenzione sulla loro esistenza. Come dice sempre Hannes, in modo cos\u00ec delizioso: \u201cBisogna far ballare le connessioni.\u201d E vogliamo soprattutto prendere posizione, che \u00e8 lo scopo principale di questo podcast e della nostra mostra: vogliamo inserirci, noi come team di Villa Freisch\u00fctz, nel dibattito su oggetti museali e colonialismo, ed elaborare la nostra posizione su questo tema.<\/p>\n\n\n\n<p>Come ci poniamo di fronte a questioni come la restituzione di oggetti museali ai loro Paesi di origine? Secondo la nostra visione, il passato coloniale dell\u2019Europa, e dell\u2019Italia, assume ancora oggi un ruolo importante per noi come museo, o come societ\u00e0? Dove riesiede la nostra responsabilit\u00e0? Vogliamo rispondere a queste domande non in termini astratti, bens\u00ec in termini molto concreti.<\/p>\n\n\n\n<p>E tutto questo lo esploreremo a partire da un unico oggetto: il lussuoso indumento dall\u2019Etiopia. Qui Hannes ed io cercheremo di spiegare le nostre idee e motivazioni a Josef Prackwieser, in modo pi\u00f9 dettagliato. Josef \u00e8 uno storico di Merano e ci accompagna nel nostro progetto per scrivere la propria tesi finale all\u2019Accademia Museale Bavarese (Bayerische Museumsakademie). Inizia Hannes:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Hannes Obermair:<\/strong> Quello che per me \u00e8 molto importante \u00e8 questo costrutto teatrale dell\u2019eroe maschio e militare. Navarini lo incorpora, non \u00e8 solamente una figura esemplare di generale illuminato, come vedremo anche nelle fotografie. Questo \u00e8 il fondo di cui dispone la villa. Lo abbiamo guardato insieme: sono conservate la corrispondenza, le cartine che erano fondamento delle trattative militari e altrettanto militari carteggi. Questo spirito bellico, che continua a vivere nelle collezioni o quantomeno in una parte di esse, \u00e8 qualcosa di cui desidero profondamente parlare, con l\u2019aiuto del mantello. Anche decostruirlo, quindi scomporlo, scomporlo nelle sue parti unitarie, e quindi poi elaborare di quale spirito esattamente si tratti, di quale pensiero, di quale linguaggio e sguardo. Penso che sia qualcosa che qui, attraverso il mantello, attraverso la figura di Navarini, che \u00e8 anche il regista principale, e che probabilmente si sar\u00e0 anche percepito come tale, sia possibile rappresentare molto bene. Per me sarebbe molto importante rendere visibile questa particolare mentalit\u00e0, questa disposizione, anche autoritaria.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>\u00c8 molto importante che tu lo dica, Hannes, non sarei mai stata in grado di pensarlo nei termini in cui tu ora lo hai formulato, ma proprio per questo anche la tua prospettiva \u00e8 un arricchimento per il progetto. Perch\u00e9 questo \u00e8 anche a tutti gli effetti un altro importante impulso riguardo all\u2019idea generale di Villa Freisch\u00fctz, ovvero di presentare tutti gli e tutte le abitanti della casa. E riguardo ad Enea Navarini, lo abbiamo detto all\u2019inizio, non intendiamo nascondere sotto il tappeto il fatto che lui vi abbia vissuto, ma neppure portare il fatto in primo piano, anche perch\u00e9 su di lui c\u2019era pochissimo. Poi abbiamo affidato una prima testi di laurea, anche molto brillante, in cui Ren\u00e9 ha ricostruito e valutato quali lettere e cartoline siano presenti e quindi realizzato un inventario e una prima stima di come sia da valutare genericamente la figura di Enea Navarini. E questo \u00e8 un ottimo punto di partenza, sul quale possiamo continuare a costruire. E questo progetto \u00e8 per noi esattamente questo: un\u2019opportunit\u00e0 di far fare un passo verso il primo piano ad Enea Navarini ed osservarlo in modo critico.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Per me \u00e8 importante che nel progetto sia coinvolto l\u2019intero team di Villa Freisch\u00fcz. Per questo ho invitato tutti i membri della squadra a un incontro nella villa per discutere insieme del progetto. Oltre a Herta e a Karin hanno partecipato anche Anntraud Torggler, anche architetta, presente insieme alle altre due fin dall\u2019inizio nel consiglio di amministrazione della Fondazione, e Tim Koella, storico dell\u2019arte e ultimo acquisto del direttivo. E le volontarie e i volontari Carmen Steiner, Rita Lahner, Helmut Schenk, Rosmarie Stocker: cosa pensano loro della restituzione del mantello all\u2019Etiopia?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Karin Pircher: <\/strong>Il mantello proviene sicuramente dall\u2019Etiopia. Ma in qualche modo, quello che sarebbe interessante, il punto decisivo sarebbe capire se si \u00e8 trattato di un regalo da parte di qualche capo locale, o un cacciatore di leoni, per ingraziarsi Enea, o se davvero \u00e8 macchiato di sangue, se \u00e8 un bottino di guerra, e questo per me \u00e8 il punto cruciale per decidere una restituzione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Herta Waldner: <\/strong>Il problema \u00e8 che la presupposizione molto vicina \u00e8 che si tratti di una forma di umiliazione di un reparto sconfitto dell\u2019esercito etiope, e che sarebbe quindi sempre e comunque macchiato di sangue anche se gli fosse stato consegnato come regalo. Quindi, adesso, viso che ho perso questa battaglia, ti do una parte del mio Paese, che mi apparterrebbe. Perch\u00e9 adesso ho trovato che spesso questi Ras, e il Ras \u00e8 praticamente un nobile generale o un signore che comanda una piccola parte del popolo, e quindi forse un simile Ras magari possedeva un oggetto del genere e quando poi ha perso la battaglia lo ha per cos\u00ec dire consegnato come\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Anntraud Torggler:<\/strong> Sottomissione<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Herta Waldner:<\/strong> \u2026Sottomissione, mi manca sempre la parola, hai ragione, gesto di sottomissione \u00e8 esattamente quella che cercavo, grazie.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Anntraud Torggler:<\/strong> \u2026 un segnale, per significare che sono capitolati.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Rosmarie Stocker:<\/strong> Probabilmente \u00e8 un segno di dominio, questo mantello. E quindi glielo cede, perch\u00e9 de facto ha perso il suo potere, il suo dominio, possibilmente.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Dunque, lo sappiamo bene di che tipo di indumento militare si tratti, e lo sappiamo perch\u00e9 la cosa tipica \u00e8 la pelliccia di leone, che \u00e8 sulle spalle, non pi\u00f9 molto lussureggiante, si \u00e8 un po\u2019 diradata. E questo veniva donato a un guerriero meritevole o anche, come ho trovato, a un cacciatore di grandi animali, se avesse riportato dei successi. E questo leone \u00e8 simbolo di coraggio. Vorrei tornare di nuovo sulla domanda che avete sollevato prima, Karin, tu hai dato una tua risposta: non sappiamo ancora esattamente come Enea Navarini sia entrato in possesso di questo mantello\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Karin Pircher:<\/strong> Bisogna davvero dare spazio ad ogni riflessione, davvero fare ricerca in dettaglio. Penso che si dovrebbe davvero vedere di fare ricerca per bene, se \u00e8 possibile farlo, di dare un ordine adesso, col senno di poi. Perch\u00e9 ovviamente pu\u00f2 anche essere che abbia ricevuto tanti regali in Africa, ma se ha ricevuto davvero il mantello in dono o se era un bottino, intendo tra virgolette, o se si \u00e8 trattato proprio di un bottino insanguinato, su questo adesso bisogna fare ricerca.<\/p>\n\n\n\n<p>MUSICA<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Avevano ragione e hanno spinto me e Hannes a renderne conto. Avevamo ovviamente gi\u00e0 iniziato delle ricerche, ma quali possibilit\u00e0 esistono ancora di recuperare con certezza l\u2019origine dell\u2019indumento? Ho pregato Hannes di inoltrare una domanda ufficiale all\u2019Archivio nazionale di Roma, se esistono l\u00ec ancora documenti relativi ad Enea Navarini. La richiesta \u00e8 ancora in attesa di risposta, e quando la otterremo ve ne daremo notizia nella prossima puntata.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella stessa Villa Freisch\u00fctz si trovano alcune lettere che Enea Navarini ha scritto a casa, alla moglie Luisa, dalla guerra in Abissinia. Sono state analizzate gi\u00e0 in passato da Ren\u00e9 Thaler Roschatt per la sua tesi di laurea all\u2019Universit\u00e0 di Innsbruck. In quel suo lavoro, Ren\u00e9 ha ricostruito la biografia di Enea Navarini, una base di partenza inestimabile per Hannes e me. Allora, per\u00f2, non si parlava del mantello e neppure di altri oggetti che Enea aveva portato a casa dall\u2019Etiopia.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse oggi, con uno sguardo pi\u00f9 affinato, si potrebbero ritrovare dei riferimenti? Mi \u00e8 venuto in mente che uno dei nostri volontari, Walter Gufler, una volta si era offerto di trascrivere le lettere e fortunatamente si \u00e8 messo immediatamente a disposizione per rimettere ancora una volta le lettere di Navarini sotto la lente di ingrandimento. Sto aspettando con ansia il risultato:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Raccontaci un po\u2019 quali sono stati gli esiti delle tue ricerche.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Walter Gufler: <\/strong>Dunque, riferimenti al mantello non ne ho trovati, invece ad altri regali s\u00ec e quelli li ho anche presi in considerazione, in queste lettere.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Per noi una domanda importante \u00e8 capire esattamente come questo mantello sia arrivato qui e un\u2019ipotesi \u00e8 che gli sia stato regalato, il mantello. Ma non sappiamo, appunto, siamo ancora in fase di ricerca.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Walter Gufler: <\/strong>\u2026 trovato niente.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>Ma \u00e8 fantastico, insomma, \u00e8 pur sempre un risultato, insomma, se non l\u2019avessi fatto adesso, non avremmo saputo ed era sempre rimasta questa incertezza che il mantello magari potesse essere stato citato in un paio di frasi o che esistesse una qualche cerimonia che [Navarini] abbia descritto. E ora possiamo dire con certezza, sulla base delle lettere che abbiamo qui nella collezione\u2026 s\u00ec, \u00e8 possibile che in qualche cassa nel sottotetto\u2026, insomma perch\u00e9 qui non abbiamo ancora potuto guardare tutto in dettaglio\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Walter Gufler: <\/strong>Scrive qui che manda ai bambini denti e corna di animali e dice, non sa bene cosa se ne possano fare, ma se sono levigati sono in ogni caso pi\u00f9 belli. (ride)<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>Ah s\u00ec, quelli li abbiamo effettivamente qui nella collezione.<\/p>\n\n\n\n<p>MUSICA: Marion Moroder: Reverse<\/p>\n\n\n\n<p>Soddo 21&nbsp; febr. 1938<\/p>\n\n\n\n<p>Carissima Luisa,<\/p>\n\n\n\n<p>Ho ricevuto la tua lettera del 6 febbraio colla quale mi dicevi di aver ricevuto i corni di rinoceronte. Non saprei manco io come utilizzarli, credo che lucidati siano migliori. Certo che ora non sono cosi frequenti, i cacciatori ne hanno distrutto troppi \u2013 tutti e due appartengono alla stessa bestia. (\u2026) Spero bene che avrete festeggiato convenientemente pap\u00e0 che la salute continui ad assisterlo . Ho mandato un telegramma che porta il mio ricordo e i miei auguri spero che sebbene in ritardo sia giunto. A Paco ho mandato in una busta alcuni francobolli \u2013 credo che si appassioni sempre ai francobolli \u2013 Il mio lavoro \u00e8 ultimato quasi e sarebbe completamente finito se l\u00e8rrore di qualcuno non mi avesse turbato la quiete in un angolo \u2013 Ma cosa Vuoi il paese \u00e8 cos\u00ec vasto \u2013 e le teste sono cos\u00ec diverse. Qu\u00ec non importante grande intelligenza \u2013 ma si vuole tranquillit\u00e0&nbsp; costanza e uniformit\u00e0 \u2013 Dove sono stato io non ho avuto la minima noia \u2013 anzi ho trovato aiuto da tutti. Qui leggo il Corriere dell\u2019Impero di Addis Abeba&nbsp; non avevo letto che tanti nostri operai andassero in Germania. Sar\u00e0 una gita molto breve \u2013 e non credo che i nostri operai delle campagne si lascino attirare da altre religioni \u2013 sono troppo attaccati ai loro campanili. (\u2026) Al Pap\u00e0 rinnovi tanti auguri da parte mia. A te sempre ogni bene \u2013 Stai bene e tranquilla, Salutami tanto tanto Kuki . Ti abbraccio forte e con tanto affetto te e Kuki.<\/p>\n\n\n\n<p>Enea<\/p>\n\n\n\n<p>MUSICA: Marion Moroder: Reverse<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Kuki \u2013 questa \u00e8 la figlia di Enea, Rosamaria. Luisa, ovvero sua moglie, e Paco, che \u00e8 il fratello di lei. E il pap\u00e0 \u2013 questo \u00e8 il padre di Luisa, il collezionista d\u2019arte Franz Fromm.<\/p>\n\n\n\n<p>Enea Navarini \u2013 direttore di un commissariato nelle colonie e allo stesso tempo marito devoto e padre amorevole. Questo \u00e8 forse quello che \u00e8 emerso con maggiore effetto durante la discussione a Villa Freisch\u00fctz tra i membri del consiglio direttivo e i volontari: ovvero quanto fosse difficile per tutti conciliare queste due immagini [di Navarini].<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Carmen Steiner: <\/strong>Vista la scoperta del mantello mi sono un po\u2019 confrontata con il Signor Enea Navarini, ho googlato quello che avevo trovato. Ho visto che ha svolto una carriera militare invidiabile e in contraddizione si vede che doveva essere stato una persona molto piacevole.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Ma trovi che sia davvero una contraddizione?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Carmen Steiner: <\/strong>S\u00ec, perch\u00e9 tra me e me penso: la guerra in Etiopia \u00e8 stata una guerra brutale, \u00e8 stata una guerra odiosa, davvero odiosa, e questo deve in qualche modo riflettersi negativamente sulla tua personalit\u00e0, bisogner\u00e0 pure indurirsi davanti a una cosa del genere o avere verso l\u2019umanit\u00e0 un rapporto distanziato, ma non sembra essere stato il caso di questo signore. La Karin dice sempre che era piuttosto benvoluto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Karin Pircher:<\/strong> Io l\u2019ho ancora conosciuto di persona, l\u2019Enea Navarini. Ero solo una scolaretta, quando l\u2019ho conosciuto. Ma era davvero un gentile signore anziano, non aveva per niente l\u2019aspetto di un generale arcigno. Per questo sono anche sicura che non possa aver fatto carriera grazie agli orrori, insomma, non posso proprio immaginarmelo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Lo sentite tutte cos\u00ec? Lo chiedo perch\u00e9 \u00e8 cos\u00ec\u2026 S\u00ec, Anntraud, volevi dire qualcosa?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Anntraud Torggler:<\/strong> Allora, io credo che sia possibile, noi essere umani siamo davvero complessi, di avere due compartimenti stagni. Credo che sia possibile semplicemente allontanare determinati atteggiamenti. Adesso mi ripeto, ma intendo che si possa essere in parte cos\u00ec e in parte cos\u00e0. Che nel momento in cui sono nel ruolo del generale, del guerriero che ha ricevuto un incarico etc, in quel momento sono diverso da come sono quando sono insieme alla famiglia e agli amici. La capacit\u00e0 di coltivare le amicizie non \u00e8 qualcosa che interdica il fatto che io possa essere una persona orribile.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Rosmarie Stocker: <\/strong>Esistono moltissimi esempi, non solo questo, adesso, ma anche famosi esempi dal periodo del Nazionalsocialismo. L\u00ec c\u2019erano quantit\u00e0 di persone che evidentemente, nella loro sfera delle conoscenze private o degli amici, erano persone amabili, apparentemente, e altrimenti nei loro ruoli, nelle loro funzioni potevano essere davvero molto, molto crudeli. E soprattutto dividono anche loro da una parte queste persone qua, e dall\u2019altra questi stranieri, questi esseri inferiori. Oppure nel mio ruolo, l\u00ec non sono io il responsabile, bens\u00ec lo Stato o l\u2019istituzione, io faccio solo il mio dovere.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Helmut Schenk: <\/strong>Penso che fosse un militare, che fosse la sua professione, ha fatto l\u2019accademia militare. Per fare carriera avr\u00e0 dovuto anche farsi strada, avere un\u2019immagine positiva. E penso che sia una professione. Quando poi fu sul campo di battaglia\u2026 \u00e8 scoppiata la guerra\u2026 o arriva l\u00ec e c\u2019\u00e8 la guarra e lui ha un incarico speciale, gli ordini arrivano da Roma e lui deve ubbidire e lui non \u00e8 poi quella persona, che nella pratica deve ammazzare altri esseri umani, perch\u00e9 si trova in un altro luogo. Lui \u00e8 il comandante, comanda l\u2019esercito, fa i suoi piani strategici, riflette su ci\u00f2 che si pu\u00f2 fare per limitare le perdite umane etc e porta a termine il suo incarico. E questa \u00e8 la sua protezione. Con questi pensieri si protegge, con il fatto di aver semplicemente eseguito il suo incarico, per cui ha anche studiato. E poi quando ha la sua famiglia, vive la sua vita famigliare. Questo penso si concili benissimo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Sono tornata proprio su questo punto, quando ho intervistato lo storico Markus Wurzer \u2013 ve ne racconter\u00f2 di pi\u00f9 nella prossima puntata. Markus ha svolto approfondite ricerche sul colonialismo italiano. Nella sua tesi di dottorato si \u00e8 occupato di come questo aspetto si sia insinuato nelle memorie delle famiglie sudtirolesi. Ha descritto come luoghi della memoria in Italia, come strade o piazze, dipingano un quadro positivo del colonialismo. \u201cLa violenza qui \u00e8 stata dimenticata,\u201d e poi prosegue:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Markus Wurzer: <\/strong>Succede la stessa cosa anche in famiglia, dove questo mito degli \u201cItaliani brava gente\u201d \u00e8 ancora pi\u00f9 condensato e rafforzato, perch\u00e9 ovviamente l\u00ec esiste la figura del padre o dello zio o dell\u2019antenato che \u00e8 stato coinvolto in progetti coloniali e che nei racconti affiora come il buon signore delle colonie. E il bisogno di conservare la lealt\u00e0 famigliare e il desiderio di integrit\u00e0 morale impediscono di guardare oltre questa facciata e vedere come precedenti generazioni siano state coinvolte nel regime violento del colonialismo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Questo \u00e8 estremamente interessante, perch\u00e9 Villa Freisch\u00fctz \u00e8 proprio una casa-museo in cui si tratta sempre dei suoi e delle sue abitanti . E nel MANTELLO ETIOPE, in questo progetto, si tratta proprio di un ex abitante della casa, Enea Navarini.<\/p>\n\n\n\n<p>Tre settimane fa ho avuto un incontro con i nostri volontari e con i membri del direttivo della fondazione. E l\u00ec abbiamo anche\u2026 l\u00ec ho presentato il progetto e abbiamo discusso insieme. E nella stanza c\u2019era questa forte sensazione, questo bisogno o questa domanda, e ne abbiamo parlato: caspita, questo Enea Navarini pare fosse davvero una persona incredibilmente gentile. Come si combinano le due cose? E questa l\u2019ho estrapolata come la domanda pi\u00f9 importante di questa discussione e per il progetto, anche, perch\u00e9 tu adesso dici che esiste una sorta di meccanismo di difesa nella famiglia\u2026 e la figura paterna, o lo zio simpatico\u2026 Ecco, vorrei approfondire qui: qual \u00e8 esattamente l\u2019effetto? Cio\u00e8, perch\u00e9 ci risulta difficile conciliare questi due aspetti? Lo trovo estremamente interessante. Noi siamo pratici\u2026 noi del team ci identifichiamo molto con Villa Freisch\u00fctz e negli ultimi anni ci siamo confrontate molto intensamente con questa famiglia. Cio\u00e8, Herta Waldner, la presidente della fondazione, dice spesso che conosce questa famiglia meglio della propria (ride). E poi una cosa del genere ti entra davvero sottopelle.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Markus Wurzer: <\/strong>Questa \u00e8 una sfida metodologica piuttosto delirante, trovo, o almeno a me \u00e8 andata cos\u00ec nel mio progetto di ricerca per la tesi. Ecco, quando si \u00e8 cos\u00ec vicini a una famiglia e si lavora con la famiglia, proprio perch\u00e9 si sta trattando di storia famigliare e delle tracce di questo nelle storie famigliari, allora lo sento come una sfida pazzesca saper separare le cose. Ovvero il mio atteggiamento verso le aspettative e quello della famiglia. E poi questi racconti che vengono presentati, ad esempio, dalla figura paterna non possono essere presi per buoni di per loro, ma bisogna guardare loro dietro e chiedersi quale funzione abbiano questi racconti nella famiglia. Perch\u00e9 vengono presentati a me, che sono l\u2019intervistatore etc. E mi ricordo molto bene che per me \u00e8 stata davvero una grande sfida, e come storico formato sono stato molto felice dei consigli che mi ha riservato l\u2019antropologia, che ha esperienze pi\u00f9 ampie del doversi osservare sul campo e di riflettere sulla propria posizione. E mi ricordo che un grosso, davvero grosso sforzo per me \u00e8 stato quello di riconoscere e superare queste coalizioni difensive intrafamigliari, come le si voglia definire, queste complicit\u00e0, se si preferisce. S\u00ec, \u00e8 assolutamente una sfida metodologica.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Interessante, perch\u00e9 ogni storia \u00e8 differente. E ogni museo \u00e8 differente. Villa Freisch\u00fctz \u00e8 una casa museo, le case museo sono edifici: residenze, castelli, catapecchie in cui viene raccontata la storia dei e delle abitanti di un tempo. Villa Freisch\u00fctz \u00e8 un piccolo cosmo, con un personale facilmente gestibile. Questo comporta che ci sentiamo particolarmente legati a Franz Fromm, il collezionista, a sua nipote Rosamaria Navarini e quindi anche a suo padre Enea Navarini. Va bene cos\u00ec. Dobbiamo solamente esserne consapevoli e cercare di fare un passo indietro in modo da mantenere il nostro sguardo obiettivo. Enea Navarini si sar\u00e0 anche comportato come un cavaliere a Merano, ma in Etiopia ha commesso delle ingiustizie. Era anche lui parte di una guerra che il 7 ottobre del 1935 davanti all\u2019assemblea della Societ\u00e0 delle Nazioni venne dichiarata come un\u2019aggressione ingiustificata. E di questo racconta il mantello.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella prossima puntata ci sposteremo nelle due regioni confinanti del Tirolo e del Trentino e cercheremo di seguire pi\u00f9 da vicino le tracce sulle origini del mantello. Guarderemo meglio anche alla guerra in cui combatt\u00e9 Enea Navarini e anche quale ruolo vi abbia avuto l\u2019Alto Adige. E mi intratterr\u00f2 con Hannes su come dovrebbe essere fatta la nostra mostra in un mondo ideale. E vi racconter\u00f2 anche perch\u00e9 questa cosa ha completamente stravolto il nostro progetto.<\/p>\n\n\n\n<p>CANZONE DI MARION MORODER \u201cUn lungo viaggio\u201d<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> La canzone \u00e8 stata scritta e composta da Marion Moroder. Grazie mille a Walter Gufler per la trascrizione delle lettere e a Emilie Messner per la lettura della lettera. Mille grazie anche a Markus Wurzer per l\u2019intervista.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p class=\"has-huge-font-size\">2<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Podcast: Il mantello etiope: secondo episodio \u201eVerso sud, verso nord!<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Villa Freisch\u00fctz, Fondazione Navarini-Ugarte, Merano<\/p>\n\n\n\n<p>Autrice: Ariane Karbe<\/p>\n\n\n\n<p>CANZONE DI MARION MORODER \u201cUn lungo viaggio\u201d (ritornello)<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ariane Karbe (AK):<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Sono per strada a Merano, in sottofondo sentite il Passirio. E sto partendo per andare a Rovereto, al Museo della Guerra. Anche quel museo, come noi, partecipa all\u2019anno museale dell\u2019Euregio, che si celebra in Alto Adige e nelle due regioni confinanti, la Provincia di Trento e il Land del Tirolo. Durante il primo incontro che abbiamo tenuto a Bolzano, il nostro collega di Rovereto, Davide Zendri, ci ha raccontato che beh\u2026 un mantello cos\u00ec esiste anche nella loro collezione. Ci ha invitati e ovviamente abbiamo subito accettato. \u201cNoi\u201d siamo Herta Waldner ed io. Herta la conoscete gi\u00e0 dall\u2019ultimo episodio. \u00c8 la presidente della Fondazione Navarini-Ugarte, che gestisce Villa Freisch\u00fctz. Oggi viagger\u00f2 insieme a lei. Al Museo della Guerra abbiamo appuntamento con il direttore Francesco Frizzera, che si \u00e8 detto disponibile a raccontarci di pi\u00f9 sul LORO mantello. Forse scopriremo come esattamente il NOSTRO mantello sia finito a Villa Freisch\u00fctz. Perch\u00e9 di questo parliamo, in questo podcast. E quindi di cosa ci\u00f2 significhi e se il mantello debba essere riconsegnato all\u2019Etiopia. Ah, vedo gi\u00e0 Herta che come sempre mi aspetta davanti al Meraner Hof\u2026 E via verso il Trentino!<\/p>\n\n\n\n<p>MUSICA&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>State ascoltando IL MANTELLO ETIOPE. Una storia di guerra, colpa e dimenticanza. \u00c8 anche la storia di come un piccolo museo possa porsi delle domande importanti. Questo podcast \u00e8 una produzione della Fondazione Navarini-Ugarte e parte dell\u2019anno museale dell\u2019Euregio. Io sono Ariane Karbe, drammaturga delle esposizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Episodio 2: Verso sud, verso nord.<\/p>\n\n\n\n<p>AK: Il manto del Museo della Guerra di Rovereto \u00e8 meraviglioso. Herta ed io siamo quasi un po\u2019 invidiose. Il suo stato di conservazione \u00e8 perfetto. Al contrario di quello di Villa Freisch\u00fctz, la pelliccia di leone sulle spalle \u00e8 maestosa e integra. Francesco ha portato con s\u00e8 anche Marco Leonardi Scomazzoni, il curatore, e insieme ci raccontano che il mantello \u00e8 entrato nella loro collezione attraverso Amedeo Guillet.<\/p>\n\n\n\n<p>Guillet era un ufficiale italiano che nel 1939 si fece inviare in Abissinia, per combattere contro la resistenza etiope. Ufficialmente, Mussolini aveva dichiarato la guerra conclusa gi\u00e0 tre anni prima. Allora, il territorio costituito dalle esistenti colonie dell\u2019Eritrea e della Somalia era stato riunito sotto il nome di Grande Colonia dell\u2019Africa Orientale Italiana. Di fatto, per\u00f2, i e le combattenti per la liberazione dell\u2019Etiopia (tra loro erano presenti anche donne) si erano dimostrati piuttosto tenaci. Il paese non fu mai del tutto pacificato fino alla fine della dominazione coloniale italiana nel 1941. Questo fatto sar\u00e0 un aspetto molto importante del prossimo episodio, ovvero il fatto che l\u2019Italia abbia posseduto l\u2019Etiopia come propria colonia solamente per pochi anni e che in precedenza l\u2019Etiopia non sia mai stata assoggettata a dominio coloniale, unico paese di tutta l\u2019Africa.<\/p>\n\n\n\n<p>RUMORE DI ZOCCOLI<\/p>\n\n\n\n<p>Guillet, dunque, un abile cavaliere, aveva ottenuto il compito di costituire in Etiopia un\u2019unit\u00e0 di cavalleria, composta da guerrieri etiopi, eritrei e yemeniti, con i quali combatt\u00e9 la resistenza nel Paese.<\/p>\n\n\n\n<p>Francesco racconta che Guillet aveva un rapporto particolarmente positivo con la popolazione etiope, e spiega come \u00e8 entrato in possesso del mantello:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>E questo mantello, se ho capito bene, lo ha ricevuto esplicitamente per aver salvato, riscosso, le greggi di questi etiopi, e l\u2019ha ricevuto come ringraziamento?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Francesco Frizzera: <\/strong>S\u00ec, esattamente, esattamente cos\u00ec. Il mio tedesco non \u00e8 molto buono. \u00c8 molto probabile, perch\u00e9 aveva un rapporto molto particolare con i guerrieri.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Se la storia della provenienza del mantello \u00e8 cos\u00ec lineare, \u00e8 quindi possibile rintracciare chi fu il portatore e proprietario di questo mantello? Si conosce il villaggio di provenienza? Ed \u00e8 possibile arrivare a questo grado di precisione?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Francesco Frizzera: <\/strong>Il villaggio non \u00e8 conosciuto. Con molti oggetti di origine coloniale \u00e8 davvero, davvero difficile ricostruire\u2026 cio\u00e8 conoscere con certezza al cento per cento l\u2019intera storia degli oggetti. Qui si tratta di un caso davvero molto particolare. Qui nel museo, nei nostri depositi, abbiamo diversi oggetti espositivi coloniali di cui conosciamo davvero poco. \u00c8 una circostanza peculiare, perch\u00e9 conosciamo chi lo ha indossato, abbiamo avuto il tempo di parlarne in profondit\u00e0 con il figlio e di sapere di pi\u00f9 su questa persona. Ha scritto alcuni libri. Quindi abbiamo potuto ricostruire la storia, diciamo al 95%. \u00c8 per\u00f2 un caso unico. In molti altri casi sappiamo davvero, davvero molto poco, possiamo addirittura dire quasi nulla su quegli oggetti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK: <\/strong>Dopo la nostra visita a Rovereto, continuo ad informarmi su Amedeo Guillet. Come ha raccontato Francesco, \u00e8 conosciuto per la correttezza con cui si \u00e8 rapportato con i suoi alleati. E persino con i suoi nemici! Si oppose, ad esempio, persino ad un ordine del generale Rodolfo Graziani, noto per la sua ferocia. Aveva ordinato di uccidere tutti i nemici subito dopo la cattura. Guillet propose invece loro di passare dalla parte degli italiani. La storia delle greggi sembra quindi effettivamente verosimile. E quindi il mantello del Museo della Guerra \u00e8 stato davvero un regalo. Fu dato a Guillet per un motivo del tutto privato.<\/p>\n\n\n\n<p>Potrebbe essere stato il caso anche per Enea Navarini, il generale che vi ho presentato nell\u2019ultimo episodio e che era altrettanto stazionato in Etiopia durante la guerra italo-abissina. \u00c8 stato lui a portare il mantello a Merano, a Villa Freisch\u00fctz.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio delle nostre ricerche eravamo ancora incerti se il mantello fosse stato portato proprio da LUI nella collezione della villa. Nel frattempo, sia io che Hannes Obermair, con cui ho realizzato questo progetto, lo riteniamo certo.<\/p>\n\n\n\n<p>MUSIK<\/p>\n\n\n\n<p>PER PRIMA COSA non esiste alcun indizio che il mantello sia stato portato al museo da un\u2019ALTRA persona. N\u00e9 Franz Fromm, il collezionista, suocero di Enea Navarini, che ha raccolto la maggior parte degli oggetti della collezione, n\u00e9 i suoi figli e neppure i suoi dipendenti ebbero ALCUNA connessione con l\u2019Africa.<\/p>\n\n\n\n<p>IN SECONDO LUOGO, non esiste solamente il mantello nella collezione ma anche altri oggetti provenienti dall\u2019Abissinia, che sono stati portati da Enea Navarini: coppe di corno e gioielli, due scudi, lance e sciabole e manoscritti religiosi. Dei corni di rinoceronte avete gi\u00e0 sentito raccontare nello scorso episodio.<\/p>\n\n\n\n<p>INFINE, abbiamo due fotografie che mostrano Navarini mentre riceve dei doni. In una delle fotografie riceve una sciabola da due civili etiopi (una sciabola come quelle esistenti nella villa). Nell\u2019altra foto si vede Navarini mentre viene benedetto con una croce da un sacerdote locale, mentre un secondo religioso tiene in mano un oggetto di stoffa (purtroppo non il nostro mantello!) in attesa di consegnarlo a Navarini.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma torniamo a come ESATTAMENTE Navarini sia potuto entrare in possesso del mantello: supponiamo che lo abbia ricevuto in dono, come Amedeo Guillet, in gesto di gratitudine o come riconoscimento della sua persona da parte di qualche alleato etiope. Direi quindi che ritornarlo potrebbe quasi essere considerato un\u2019offesa. Perch\u00e9 il mantello gli sarebbe stato davvero donato con un atto di volont\u00e0. Interpretarlo come costrizione, perch\u00e9 accaduto in un contesto coloniale, equivarrebbe a fare un torto al donatore, considerandolo una vittima, sottragli il suo potere di libera azione \u2013 o cosa ne pensate?<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio della nostra ricerca, mi sono confrontata con Hannes sulle possibili modalit\u00e0 in cui Navarini sarebbe potuto entrare in possesso del mantello; un cauto approcciarsi al tema. Hannes, allora, parl\u00f2 di \u201cbottino di guerra\u201d e io ho insistito:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Hannes, visto che nomini il \u201cbottino di guerra\u201d potresti spiegarmi esattamente in quali casi si tratterebbe esattamente di \u201cbottino\u201d?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Hannes Obermair: <\/strong>Ho utilizzato questo concetto perch\u00e9 io mi approccio al tema da un\u2019altra direzione, ovvero da un contesto storico-politico sul tema della guerra di Etiopia, di Abissinia, comunque la si conosca. Questo era lo sfondo che mi ha subito attratto di questo tema, perch\u00e9 questa prova generale della seconda guerra mondiale, come anche \u00e8 stata chiamata, con impiego di gas, quindi con forme genocidiali di combattimento, di fatto precede la conduzione della seconda guerra mondiale, soprattutto per quel che riguarda la campagna di Russia. Quella che i fascisti hanno condotto in Africa orientale, \u00e8 stata una guerra genocidiale, contraria ai diritti dei popoli. E allo stesso tempo si \u00e8 trattato anche di un\u2019enorme appropriazione di quel paese e di tutto ci\u00f2 che il paese possedeva, in termini di materie prime, con tutto ci\u00f2 che comporta come potenziale e come prestigio. E in questo contesto, ci\u00f2 che \u00e8 giunto in Italia come beni culturali, provenienti da Etiopia, Abissinia ed Eritrea, e la stele di Axum ne \u00e8 forse l\u2019esempio pi\u00f9 lampante, \u00e8 considerato di fatto bottino visto che anche nel caso di forme legalizzate di sottrazione nel contesto del tempo si tratta fondamentalmente di un rapporto di potere che ha reso possibile questo spoglio in prima istanza. In questo caso, posso assolutamente immaginarmi che il mantello sia stato donato a Navarini da qualche capo delle trib\u00f9 locali. Si \u00e8 trattato quindi, possibilmente, di un dono simbolico, che \u00e8 sempre anche un passaggio di simboli di potere. Ma questa pratica si spiega solamente come processo di appropriazione, che al tempo stesso evidenzia un passaggio di potere.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>Quindi davvero vorresti\u2026 Diciamo che, per dire, Enea Navarini abbia acquistato il mantello al mercato. Lo considereresti comunque un bottino di guerra, perch\u00e9 \u00e8 stato acquisito in un pi\u00f9 ampio contesto coloniale?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Hannes Obermair: <\/strong>Diciamo che in questo caso sarebbe una forma armoniosa di bottino di guerra, se la si vuole vedere cos\u00ec. Non riesco, per\u00f2, a immaginare un processo simile, perch\u00e9 un mantello cos\u00ec simbolicamente carico, che aveva un significato straordinario nel contesto della societ\u00e0 etiope-abissina, pu\u00f2 essere stato ottenuto solamente grazie alla morte del suo proprietario, quindi ucciso da Navarini o dalla sua gente, oppure nel corso di trattative di combattimento, o operazioni di polizia, oppure, appunto, come cessione, come una sorta di spada di Vercingetorige, quando l\u2019ha deposta ai piedi di Cesare, quindi come vinto di fronte al proprio nemico. Non riesco ad immaginare che l\u2019abbia semplicemente acquistato, invece probabilmente aveva una sua importanza anche per lui, come per tutta la dominazione italiana in Africa orientale, per poter legittimare la propria posizione da parte del popolo sottomesso. L\u2019intero programma, anche il programma di ricostruzione in Africa orientale, come ad Addis Abeba o Asmara, ha come finalit\u00e0 quella di cementare questa gerarchia fra colonialisti e conquistati. E anche il passaggio di mano del mantello deve essere avvenuto in un simile\u2026 o meglio ha pi\u00f9 senso se lo si vede e lo si spiega in questo contesto. Quindi, deve essere stato ceduto. Come gesto di sottomissione. Oppure sottratto ad un nemico deceduto. Come scalpo, per dire, come scalpo culturale.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Che Navarini abbia ricevuto il mantello da alleati etiopi come simbolo di sottomissione o collaborazione, ci sembra ancora oggi, dopo numerose intense ricerche, l\u2019ipotesi pi\u00f9 accreditata. Lo conferma il fatto che proprio questo tipo di indumenti veniva spesso regalato per rafforzare delle alleanze.<\/p>\n\n\n\n<p>Ne ha parlato anche Angela Roberts, un\u2019inglese che vive per met\u00e0 a Merano e per met\u00e0 in Etiopia. L\u2019ho incontrata in un caff\u00e8 per raccontarle del nostro progetto e per chiederle aiuto nelle nostre ricerche. Angela sar\u00e0 una presenza importante nel prossimo episodio.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>Lei ha detto, appunto, che si tratta di un\u2019uniforme da guerriero, giusto?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Angela Roberts: <\/strong>No, si potrebbe piuttosto dire che si tratta di un riconoscimento, a recognition of a great man, un uomo o un soldato, forse un comandante, ma anche alcuni medici, ma parlo adesso di 150 anni fa. Emperor Menelik ha detto pi\u00f9 di una volta: \u201cAnd a cape for you and a cape for this man and a cape for that man.\u201d Gli inventori inglesi, ad esempio, hanno ricevuto questi mantelli. Qualcuno dalla Germania che ha costruito una strada o un ponte ad Addis, anche i francesi che hanno di fatto costruito la ferrovia tra Addis e Gibuti hanno ricevuto qualcosa di simile. Ma di solito agli stranieri non succedeva spesso.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Emperor Menelik \u2013 l\u2019imperatore Menelik! Vi ricordate di lui dall\u2019ultimo episodio? Con QUELLA domanda siamo entrati nel progetto, se il mantello fosse potuto appartenere a lui. Non eravamo quindi cos\u00ec del tutto fuori dal seminato! Per\u00f2 \u00e8 morto gi\u00e0 nel 1913, quindi molto prima che Enea Navarini mettesse piede in Etiopia.<\/p>\n\n\n\n<p>Al Weltmuseum, museo del mondo, di Vienna esiste un mantello cerimoniale che Menelik ha donato nel 1905 all\u2019imperatore Francesco Giuseppe. L\u2019imperatore abissino aveva sapientemente ordito rapporti diplomatici con i potenti d\u2019Europa. Voleva posizionarsi alla pari con loro, anche per tentare di sottrarsi a una possibile colonizzazione. E per questo dispens\u00f2 anche diversi regali. Nelle collezioni reali di Londra si trova un mantello che egli don\u00f2 nel 1911 al re Giorgio V in occasione della sua incoronazione. Secondo la mia sensibilit\u00e0, in questi casi si tratterebbe di oggetti che oggi si trovano legittimamente nei musei europei e che quindi NON dovrebbero n\u00e9 potrebbero essere restituiti.<\/p>\n\n\n\n<p>Ed ora viene il bello: nel Museo delle Civilt\u00e0 di Roma si trovano 20 mantelli simili. 20! \u00c8 particolarmente interessante per le nostre ricerche, perch\u00e9 il museo ha una storia particolare: \u00e8 stato creato nel 2016 dalla fusione di quattro diversi musei nazionali. Un anno dopo \u00e8 stato integrato anche il Museo Coloniale. Il museo coloniale!! Mussolini lo aveva inaugurato nel 1923 per scopi di propaganda. \u00c8 stato trasferito pi\u00f9 volte, \u00e8 stato a lungo chiuso al pubblico ed attualmente \u00e8 in fase di rinnovamento. Hannes ed io abbiamo intervistato le curatrici Gaia Delpino e Rossana di Lella e questo \u00e8 quello che ci hanno raccontato dei loro mantelli o \u201cmantelle,\u201d come le chiamano:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>E la vostra collezione comprende comprende un mantello simile? Ne avete anche voi?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Rossana di Lella: <\/strong>Si, allora, noi all\u2019interno di queste collezioni abbiamo, credo proprio, quindici oggetti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>Quindici?!<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Rossana di Lella: <\/strong>In italiano le tradurremmo come delle \u201cmantelle\u201d. Sono delle mantelline, nella descrizione troviamo solitamente quindici mantelline regali in pelle di leone.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>Sarebbe possibile avere delle fotografie di queste mantelle?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Rossana di Lella: <\/strong>Certo, s\u00ec!<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>Sarebbe Perfetto, perch\u00e9 quella di Villa Freisch\u00fctz ha un ricamo molto ricco e sembra di essere particolarmente raro e non riesco a capire se si trattasse di una mantella speciale. Sappiamo che erano donate a guerrieri che dimostrassero particolare coraggio, ed era quindi un simbolo da indossare per uomini nobili, ma vorrei davvero scoprire se esiste un indizio su quale tipo di guerriero o sulla regione di provenienza o se si trattasse di un oggetto speciale. E c\u2019era un combattente della resistenza, diciamo, molto, molto importante, sul fronte etiope e il generale Enea Navarini era coinvolto nella cattura di questo soldato. Quindi sussiste ancora l\u2019ipotesi che questa mantella, forse forse forse sia appartenuta a questo importante personaggio della storia etiope. Probabilmente non lo sapremo mai, \u00e8 impossibile da ricostruire, ma ci sto provando e sarebbe davvero utile vedere quale tipologia\u2026 Sarebbe perfetto, grazie mille!<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Gaia Delpino:<\/strong> I would like to add that al museo preistorico etnografico, il museo etnografico all\u2019interno del museo delle civilt\u00e0, abbiamo invece cinque mantelle (mantelline) provenienti dall\u2019Etiopia. Abbiamo qualche dato. Sappiamo quando sono entrate a far parte delle collezioni del museo e sappiamo che sono oggetti di grande valore perch\u00e9 erano doni importanti che sono stati fatti a Re Vittorio Emanuele III di Savoia e prima ancora a suo padre Re Umberto I. E possiamo mandare anche foto di queste cinque, if you like.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Yes! Wow, that\u2019s perfect!<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Gaia:<\/strong> And the data that we have.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> That\u2019s great, okay. You know, meanwhile we know of some of these capes within European museums and it\u2019s so interesting because every cape has its own history and story.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Gaia:<\/strong> Yes, every object.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> F\u00fcnf der Gew\u00e4nder waren also dem Italienischen K\u00f6nig Viktor Emanuel III. und seinem Vater geschenkt worden. Viktor Emanuel war 46 Jahre lang K\u00f6nig von Italien! 1936 bis 1941 war er damit auch \u2013 Kaiser von Abessinien! Woher die 15 anderen M\u00e4ntel stammen, ist v\u00f6llig unbekannt und Rossana erz\u00e4hlt warum:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Rosanna di Lella:<\/strong> Qui invece, nel caso delle collezioni coloniali trattiamo invece di oggetti che sono stati presi, sotratti, raccolti nelle ex-colonie italiane e quindi quando parliamo di queste collezioni con Gaia, cogli altri colleghi diciamo sempre: sono tutti oggetti potenzialmente sensibili, perch\u00e9 sono stati tutti raccolti in un contesto in cui le questioni di potere tra le diverse parti non erano omogenee, non erano equilibrate, ovviamente. E all\u2019interno di questa collezione, diciamo in qualche modo tutta sensibile storicamente, abbiamo anche degli oggetti sensibili per la loro storia, per come sono stati costruiti, per chi gli ha presi, insomma. Poi parleremo anche della provenienza di questi oggetti. Purtroppo accenno solamente il fatto che su queste collezioni non c\u2019\u00e8 stata la raccolta di dati specifici sulla provenienza, sul collezionista, sull\u2019anno d\u2019ingresso, perch\u00e9 il museo coloniale non aveva un libro d\u2019ingresso degli oggetti. Non aveva nessuna forma di archiviazione, perch\u00e9 era un museo che dipendeva dal ministero delle colonie, come appunto abbiamo accennato \u00e8 un museo di propaganda, non un museo di raccolte scientifiche, non un museo con una finalit\u00e0 di conoscienza come gli altri musei scientifici, etnografici dell\u2019epoca. Quindi, non sappiamo quasi nulla delle provenienze.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Ha quindi a che fare con la peculiare storia del museo coloniale: tutti gli oggetti sono stati raccolti nelle colonie italiane di Libia, Somalia, Eritrea e Abissinia, non per imparare qualcosa sulle relative culture, ma per pure scopi di propaganda. Non \u00e8 mai esistito un registro d\u2019inventario, come accade abitualmente nei musei, dove vengono annotati tutte le acquisizioni di oggetti. Rossana dice che, di fatto, visto questo scopo iniziale di raccolta degli oggetti, TUTTI i pezzi da collezione che si trovano attualmente nell\u2019ex museo coloniale sono gravati di significato.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019intervista, ho citato, tra l\u2019altro, l\u2019unica altra e ultima possibile ipotesi che sia ad Hannes che a me pare plausibile, su come Enea Navarini sia potuto entrare in possesso del suo mantello etiope. Non possiamo escludere che lo abbia effettivamente depredato a un nemico. All\u2019inizio della sua dislocazione in Abissinia, Navarini fu direttamente coinvolto in attivit\u00e0 di polizia in persecuzione dei partigiani e delle partigiane etiopi, come fu anche Amedeo Guillet.<\/p>\n\n\n\n<p>Il gi\u00e0 citato generale Rodolfo Graziani aveva fondato un\u2019unit\u00e0 speciale proprio dedita a questo scopo, comandata dal generale di brigata Carlo Geloso. L\u2019unit\u00e0 persegu\u00ec in particolare il guerrigliero della resistenza Ras Desta Demtu e le sue truppe, impiegando allo scopo anche gas letali.<\/p>\n\n\n\n<p>MUSIK: Marion Moroder: Reverse<\/p>\n\n\n\n<p>Emilie Vorhauser legge due lettere di Enea Navarini<\/p>\n\n\n\n<p>11 novembre 1936<\/p>\n\n\n\n<p>Mia amata Luisa,<\/p>\n\n\n\n<p>Sono in marcia verso nord. Ras Desta, che ci precedeva, ora si sta ritirando, altrimenti sarebbe caduto in una trappola, poich\u00e9 la Colonna Geloso sta marciando verso lo stesso obiettivo. I nativi si sottomettono e desiderano combattere al nostro fianco. Di\u2019 a Paolo che ho due servitori neri, che sono molto diligenti. Di notte uno monta sempre di guardia nella mia tenda. Incontreremo grandi difficolt\u00e0 lungo le strade, ma continuiamo ad avanzare. Gli aerei ci accompagnano e spronano. Ho un ottimo cuoco nero. (\u2026) Pensa che oggi abbiamo mangiato pomodori freschi, fagiolini, peperoni, mandatici da Neghelli. Ad oggi non ci manca nulla, abbiamo acqua minerale, Chianti, e solo per quanto riguarda la frutta dobbiamo contentarci di quella in scatola. I soldati neri che sono con noi sono davvero magnifici \u2013 i bianchi fanno tutto ci\u00f2 che possono. (\u2026) Puoi davvero stare tranquilla, perch\u00e9 tutto va bene ed andr\u00e0 sempre meglio. (\u2026) Penso sempre a voi e il mio unico desiderio e che siate in salute come lo sono io. E devi andare al cinema con Erna, non puoi startene seduta in casa. (\u2026) Saluta il pap\u00e0! Ti mando questa lettera perch\u00e9 ho l\u2019occasione di mandarla attraverso Neghelli. (\u2026)<\/p>\n\n\n\n<p>Cari saluti a tutti in casa. Un caro bacio a te, Kuki e Bubi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il tuo Enea, che ti ama.<\/p>\n\n\n\n<p>17 novembre 1936<\/p>\n\n\n\n<p>Mia amata Luisa,<\/p>\n\n\n\n<p>sono in marcia verso Allata, alla testa della mia colonna. Il governatore mi intima di proseguire rapidamente, ma non posso; man mano che si avanza, bisogna anche costruire le strade, i ponti etc. (\u2026) Il clima \u00e8 perfetto, sempre sereno. Gli abissini si ritirano, la popolazione si sottomette, altri richiedono la nostra protezione, ma sono talmente lontani da noi che concederla non \u00e8 possibile. Io sto bene, dormo sempre sotto la zanzariera, ho due (\u2026) Carabinieri di guardia. Il lavoro \u00e8 tanto, sono straordinariamente occupato tutto il giorno. (\u2026) Come va a scuola, coi nostri bambini? Studiano? E state bene? Devi sempre stare tranquilla e pensare che vada tutto bene. Io vi ho sempre nel cuore. Vorrei che i bambini ti portassero gioia. Saluta il pap\u00e0 e tutti l\u00ec da voi, di cuore. Pensa che io sto benissimo. Mi trovo a quasi 2000 m di altitudine ma sto bene. Abbraccio te e i bambini e vi bacio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il vostro Enea<\/p>\n\n\n\n<p>MUSIK: Marion Moroder: Reverse<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Ras Desta Demtu fu infine catturato il 24 febbraio 1837 e impiccato dopo un processo sommario. Il suo cadavere venne esposto per un intero giorno come monito.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella collezione di Villa Freisch\u00fctz esiste una fotografia di una casa in cui ha vissuto Ras Desta Demtu. Quindi \u00e8 facile pensare che Navarini si sia forse impossessato l\u00ec di alcuni beni appartenuti a Ras Desta Demtu.<\/p>\n\n\n\n<p>In un forum militare italiano su Internet, un partecipante ha postato nel marzo del 2020 la foro di una sciabola abissina. Il membro del gruppo sosteneva che sia la sciabola che altri oggetti fossero appartenuti a Ras Desta Demtu e che li avrebbe ricevuti in regalo dal figlio del generale Archimede Mischi.<\/p>\n\n\n\n<p>Un altro partecipante del forum, rispose con il seguente commento:<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cCosa devo dire, davanti a simili pezzi da museo ci si pu\u00f2 solo inchinare! Complimenti vivissimi!\u201c<\/p>\n\n\n\n<p>Quale delle nostre tre ipotesi corrisponda alla realt\u00e0, probabilmente non lo sapremo mai. Ma siamo riusciti a fare un bel passo avanti nel definire una nostra posizione rispetto ad un\u2019eventuale restituzione. In questo senso, lo scambio con le nostre colleghe e i nostri colleghi ci \u00e8 stato di grande aiuto. Abbiamo, infatti, chiesto a tutt* quale fosse la loro opinione riguardo alla restituzione all\u2019Etiopia in generale e nello specifico rispetto al nostro mantello. Di questo vi parleremo pi\u00f9 approfonditamente nel prossimo episodio. Perch\u00e9 ci porter\u00e0 al punto \u2013 come vi ho gi\u00e0 anticipato nello scorso episodio \u2013 che ha completamente stravolto il nostro progetto. Perch\u00e9 non siamo stati \u201ein viaggio\u201c solamente verso Rovereto e Roma, quindi verso sud, ma anche verso nord, in Tirolo. Il Museum der V\u00f6lker (Museo dei Popoli) di Schwaz partecipa come noi all\u2019anno museale dell\u2019Euregio. Ho intervistato la direttrice del Museo, Lisa Noggler-G\u00fcrtler, sulla loro collezione etiope (che \u00e8 stata realizzata negli anni Sessanta, quindi di nuovo una storia diversa) e poi:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>E poi volevo farti delle domande sulla restituzione. La metto gi\u00f9 cos\u00ec: non sappiamo ancora in quali circostanze Enea Navarini abbia ottenuto il mantello, ma ad ogni modo \u00e8 stato un signore della guerra in quei luoghi ed ha combattuto. Quindi dico sempre: comunque la si voglia vedere, comunque la si rigiri, questo mantello \u00e8 macchiato di sangue, e proprio per questo trovo entusiasmante la discussione riguardo alla restituzione. Gi\u00e0 vedo come questo mantello sia un fantastico\u2026 ci serva come spunto di discussione. E per assurdo, pi\u00f9 ci confrontiamo con il suo portato, pi\u00f9 si intreccia alla collezione di Villa Freisch\u00fctz. In un certo senso, diventa sempre pi\u00f9 legittimo che si trovi in questa collezione, se pu\u00f2 servire ad un simile scopo. Ovviamente, non significa che io non sia aperta, dipende comunque soprattutto dal consiglio direttivo della Fondazione, ma anche loro sono molto aperti nei confronti di una restituzione. E anche di farsi coinvolgere nella discussione. \u00c8 comunque un processo che trovo molto interessante, perch\u00e9 all\u2019inizio del progetto avevo pensato, per me, soprattutto, per la mia posizione: s\u00ec, penso che dovrebbe essere restituito, se lo desiderano. Questa \u00e8 sempre la questione: troverebbe l\u00e0 un suo posto in una collezione museale? Ci sono gi\u00e0 numerosi altri oggetti? Arrivo anche alla domanda, che vorrei porti in modo diretto. Ma mi interesserebbe davvero sapere la tua opinione su questo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Lisa Noggler-G\u00fcrtler: <\/strong>S\u00ec, lo trovo sempre molto interessante, perch\u00e9 il museo \u00e8 ovviamente un concetto europeo. Al di l\u00e0 di questo, \u00e8 poi necessario chiarire le circostanze attorno a uno specifico oggetto e fare ricerche, se funziona cos\u00ec o meno. Ma posso capire bene che poi cresca con la collezione, perch\u00e9 su questi oggetti si pi\u00f9 raccontare davvero molto di quanto \u00e8 stato taciuto troppo a lungo. Il problema che vedo sempre io, quando ad esempio realizzo mostre per bambini, \u00e8 la domanda che mi pongo ogni volta: devo anche spiegare loro che c\u2019\u00e8 stata anche un\u2019ingiustizia, in modo che capiscano che bisogna riparare i torti fatti, o devo solamente ripararli? Capisci cosa intendo?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> No.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Lisa Noggler-G\u00fcrtler: <\/strong>Provo a spiegartelo in un altro modo. Ho potuto curare una mostra per bambini all\u2019Humboldt Forum, che verr\u00e0 inaugurata a breve. L\u2019Humboldt Forum \u00e8 stato aperto un mese fa con cinque mostre. Mancano ancora un sacco di cose, ma per ora ci sono cinque mostre e una di queste \u00e8 \u201cNimm Platz!\u201d, \u201cPrendi posto!\u201d una mostra per bambini dai 3 ai 10 anni. Ci siamo posti molto intensamente la questione, se mostriamo oggetti del museo etnologico, cosa raccontiamo di essi? Raccontiamo di loro che forse non sono arrivati qui in modo molto corretto, in modo che si possa riflettere su come questa scorrettezza abbia funzionato, perch\u00e9 sono arrivati qui in primo luogo? Oppure provo ad aprire questa meta-dimensione, per cui ha un senso che la mostra si chiami \u201cPrendi posto!\u201d ovvero \u201cPrendetevi il vostro spazio!,\u201d dicendo che in questa mostra tutti sono i benvenuti e che le dinamiche si svolgono guardandosi negli occhi alla pari, che non ci sono particolari differenze fra i gruppi da includere, tra diverse culture di provenienza etc. Quindi si crea un forum, in cui certe domande non si pongono proprio, perch\u00e9 sono diventate poco interessanti, come ad esempio la brutta locuzione \u201ccolore della pelle\u201d etc. Quindi la mia domanda \u00e8 sempre: questi oggetti servono a raccontare una storia in modo che non debba pi\u00f9 ripetersi, o cerco di creare in un museo un\u2019atmosfera per cui diventa ovvio che condividiamo tutti lo stesso spirito? Pare che servano entrambi gli aspetti, ma per me \u00e8 sempre una domanda molto interessante.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Questo era esattamente il punto a cui eravamo arrivati anche Hannes ed io nella progettazione della nostra mostra. In un incontro a Villa Freisch\u00fctz ci eravamo scambiati delle opinioni su quali obiettivi volessimo raggiungere con questa mostra. Ci era venuta l\u2019idea che i visitatori e le visitatrici potessero osservare il mantello accompagnati da musica, avevamo delineato le prime idee sulla struttura e poi improvvisamente mi \u00e8 venuto da chiedere a Hannes \u201cSenti, ma come dovrebbe essere questa mostra in un mondo ideale?\u201d Ci siamo guardati e la risposta era nelle nostre mani: in un mondo ideale, dove possiamo incontrare altre culture assolutamente alla pari, sarebbe mandatorio avere dei o delle partner di dialogo etiopi. O meglio, dovrebbe essere un\u2019ovviet\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>E quindi abbiamo deciso di fare un esperimento: di realizzare la mostra esattamente COS\u00cc come ce la immaginiamo: un bianco sudtirolese e una bianca di Berlino. E poi aprire il tutto esplicitamente alla discussione da parte etiope. E vediamo cosa succede. Ed in caso cambiare radicalmente la mostra se serve. Oppure produrre una serie di questo podcast in inglese\u2026 o qualunque altra cosa\u2026 vedremo.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 questa decisione ci abbia portato a dubitare se imbarcarci in questo progetto fin dall\u2019inizio, ve lo racconto nel prossimo episodio.<\/p>\n\n\n\n<p>CANZONE DI MARION MORODER \u201cEine weite Reise\u201d (\u201cUn lungo viaggio\u201d)<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> La canzone \u00e8 stata scritta e composta da Marion Moroder. Grazie di cuore a Walter Gufler per la trascrizione delle lettere e a Emilie Vorhauser per la lettura. Sentiti ringraziamenti per le interviste a Francesco Frizzera, Marco Leonardi Scomazzoni, Lisa Noggler-G\u00fcrtler, Gaia Delpino, Rossana Di Lella e Angela Roberts.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator\"\/>\n\n\n\n<p class=\"has-huge-font-size\">3<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il mantello etiope: episodio 3: Ancora in cammino<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ariane Karbe (AK):<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>MUSICA&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Sono di nuovo a Villa Freisch\u00fctz, come nel primo episodio. Ma questa volta non mi trovo in soffitta, bens\u00ec nel salone rosso, di fronte al mantello etiope. Non lo abbiamo ancora riportato in deposito, anche se la mostra si \u00e8 conclusa ufficialmente all\u2019inizio della pausa invernale. Ma durante la pausa si sono tenute visite guidate e manifestazioni. Quindi abbiamo potuto ancora far vedere la mostra. In qualche modo va bene cos\u00ec, che non abbia ancora trovato una conclusione. Perch\u00e9 la storia del mantello etiope \u00e8 tutt\u2019altro che conclusa, troppe domande restano ancora aperte. Come ha cantato Marion Moroder nella sua canzone sul mantello:<\/p>\n\n\n\n<p>Portato fino a qui<\/p>\n\n\n\n<p>Solo dal potere e dall\u2019avidit\u00e0<\/p>\n\n\n\n<p>Forse anche no<\/p>\n\n\n\n<p>Nessuno me lo dice<\/p>\n\n\n\n<p>No, nessuno me lo dice<\/p>\n\n\n\n<p>Quando Hannes Obermair ed io abbiamo iniziato le nostre ricerche, era estremamente improbabile riuscire a scoprire a chi fosse appartenuto il mantello un tempo. Quindi PRIMA che il generale Enea Navarini ne entrasse in possesso e lo portasse a Villa Freisch\u00fctz. La via \u00e8 la meta, ci siamo detti. Ma adesso non riesco a togliermi di dosso il fatto di non aver saputo dare risposta a questa domanda. In ogni caso, non con certezza. E nel frattempo si \u00e8 delineata una nuova risposta, anzi due. Abbiamo messo sotto la lente di ingrandimento ancora una volta gli altri oggetti che sono stati portati dall\u2019Abissinia a Villa Freisch\u00fctz \u2013 e cos\u00ec facendo abbiamo trovato qualcosa di sensazionale. Ma ve lo raccontiamo meglio pi\u00f9 avanti.<\/p>\n\n\n\n<p>State ascoltando IL MANTELLO ETIOPE. Una storia di guerra, colpa e dimenticanza. \u00c8 anche la storia di come un piccolo museo possa porsi delle domande importanti. Questo podcast \u00e8 una produzione della Fondazione Navarini-Ugarte e parte dell\u2019anno museale dell\u2019Euregio. Io sono Ariane Karbe, drammaturga delle esposizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Episodio 3: Ancora in cammino<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK: <\/strong>Nello scorso episodio vi ho raccontato che Hannes ed io abbiamo deciso di sottoporre la nostra mostra, dopo l\u2019inaugurazione, a una discussione aperta, soprattutto verso la parte etiope. Vi racconter\u00f2 subito quali risultati abbiamo ottenuto. E anche perch\u00e9 questo ci abbia creato dei dubbi, come vi avevo gi\u00e0 annunciato nello scorso episodio, se avremmo mai davvero dovuto iniziare il progetto. Ma forse vi state chiedendo perch\u00e9 non abbiamo cercato, gi\u00e0 PRIMA di iniziare, dei contatti con dei colleghi o delle colleghe etiopi. Lo abbiamo fatto! Anche se relativamente tardi e un po\u2019 timidamente. Per questo ho avuto a lungo un peso sulla coscienza, perch\u00e9 mi era assolutamente chiaro quanto fosse importante uno scambio.<\/p>\n\n\n\n<p>Qui spiego allo storico Josef Prackwieser i motivi dei miei tentennamenti:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Una cosa che ho visto subito che mi stava creando delle difficolt\u00e0 e che volevo anche subito mettere in chiaro, anche perch\u00e9 per me era molto importante: esistono le scienze museali proprio perch\u00e9 i musei siano spinti a rendere pubblica la loro soggettivit\u00e0. E non fare come se venisse annunciata un\u2019unica verit\u00e0.&nbsp; E trovo sempre che si debba anche sempre viverla in prima persona. Quindi non ce la si pu\u00f2 aspettare dai musei, e in questo sta anche l\u2019ironia, perch\u00e9 i musei sono fatti di singole persone e se si vuole portare all\u2019esterno qualcosa, bisogna anche viverlo all\u2019interno. E quindi per me ci\u00f2 comprende anche mettere sul tavolo le paure o gli ostacoli. Un\u2019incertezza che mi assale (e ne avevamo anche parlato all\u2019inizio, Josef) \u00e8 che volevamo ovviamente entrare in contatto anche con dei colleghi e delle colleghe etiopi. Eppure, su questo ho tirato un po\u2019 il freno. Ecco, esistono gi\u00e0 dei contatti e potremmo anche attivarli. Ma in qualche modo ho paura di perdere il controllo della cosa. In qualche modo penso che, prima che Hannes ed io non abbiamo elaborato una nostra posizione o non abbiamo prima creato una base seria per poter entrare in una discussione\u2026 Insomma, non ho esattamente paura che qualcuno possa dire immediatamente: \u201cS\u00ec, dovete rimandarcelo subito indietro, entro dopodomani!\u201d Non \u00e8 tanto questo, ci\u00f2 di cui ho paura, ma pi\u00f9 che altro temo la complessit\u00e0 della discussione e della sensibilit\u00e0. Penso di avertelo gi\u00e0 detto, Josef, ma ad esempio temo il fatto che i colleghi e le colleghe etiopi possano dire: \u201cAllora, questa storia del mantello \u00e8 abbastanza patetica: innanzitutto \u00e8 rovinato, la pelliccia di leone \u00e8 solo rada sulle spalle. E inoltre ne abbiamo a dozzine.\u201d E di poterci rendere ridicoli, in un certo senso. Ma anche di scontrarmi con una posizione tipo: \u201cVa be\u2019, tenetevelo! So what? \u00c8 anche la storia del vostro Paese. E nel nostro museo qui abbiamo l\u2019uniforme di un generale italiano.\u201d Insomma paura di tutti questi legacci. In questo senso sono anche\u2026 Non vorrei pestare i piedi a nessuno. Ma penso che si tratti anche esattamente di questo \u2013 per questo anche la nostra concentrazione su un unico oggetto \u2013 esattamente in questi imbarazzi bisogna entrare a gamba tesa e poi proseguire. Anche questo, secondo me, fa parte della nostra ricerca di trovare una nostra posizione a Villa Freisch\u00fctz e quindi trovare anche uno strumento, anche di comunicazione. Okay, e per imparare qualcosa di nuovo. Ed eventualmente metterlo anche a disposizione di altri musei. In modo che magari gli altri non debbano impastarsi negli stessi dubbi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Quindi per prima cosa abbiamo elaborato una nostra posizione, abbiamo affrontato i temi della restituzione e della decolonizzazione e ci siamo fattivamente confrontati con la storia coloniale italiana e abissina. Ci siamo preparati per possibili incontri, ma senza rinunciare alla consapevolezza che ci siamo mossi su un terreno incerto e che siamo sempre stati pronti ad ammettere i nostri errori. A posteriori sono contenta della nostra scrupolosa preparazione. Perch\u00e9 quando poi i tempi sono maturati e abbiamo preso il primo contatto con Angela Roberts, che avete conosciuto nell\u2019ultimo episodio (vive tra l\u2019Etiopia e l\u2019Alto Adige), ci ha raccontato quanto segue:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Angela Roberts: <\/strong>Adesso \u00e8 diventato tutto molto pi\u00f9 aperto, ma ai tempi del Derg questi vestimenti e queste armi in realt\u00e0 venivano nascosti. Perch\u00e9 le famiglie non volevano che la gente sapesse che il fratello o il padre avevano combattuto. Il Derg \u00e8 stato un regime brutale e le persone non hanno mai parlato con altre. Anche adesso, alcune fra le persone pi\u00f9 anziane, hanno molta paura di rispondere alle domande. E non ne pongono di loro. Considerano sempre se possano dire qualcosa o no.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Il periodo del Derg \u00e8 finito tempo fa, ovvero la dittatura militare che ha governato l\u2019Etiopia dal 1974 al 1991. Ma quando Angela ci ha raccontato delle paure che in parte sono rimaste, una cosa mi \u00e8 stata chiara: in alcuni casi un dialogo su alcuni oggetti avrebbe potuto non solo mettere in imbarazzo i membri della cultura di origine, ma metterli anche in pericolo. Sarebbe stata una catastrofe.<\/p>\n\n\n\n<p>PAUSA<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Un mese dopo che abbiamo iniziato il nostro progetto, \u00e8 esploso il conflitto nella regione del Tigray, nel nord dell\u2019Etiopia. Quindi nel novembre 2021 il fronte della guerra civile si \u00e8 avvicinato alla capitale Addis Abeba. Lo stato delle notizie \u00e8 piuttosto caotico e non avevamo modo di valutare il conflitto da vicino. A questo va ad aggiungersi il fatto che il mantello etiope sia un indumento guerresco ovvero l\u2019indumento di un alto dignitario, ed \u00e8 quindi un oggetto dotato di una certa carica politica. Qualcosa che all\u2019inizio del nostro progetto ancora non sapevamo. Non intendo dire che in questo caso uno scambio sia impossibile, ma che non \u00e8 del tutto neutro e non va preso con leggerezza.<\/p>\n\n\n\n<p>La guerra civile in Etiopia \u00e8 probabilmente il motivo per cui le reazioni al nostro progetto non sono ancora pervenute; al momento esistono \u2013 e comprensibilmente! \u2013 ben altre priorit\u00e0 nel Paese. E comunque abbiamo ottenuto, ad esempio, dal museo etnologico di Addis Abeba e dalla Anglo-Ethiopian Society informazioni preziose su oggetti simili da comparare (il museo possiede una cinquantina di mantelli simili), ma nessuna risposta alla nostra domanda, se il nostro mantello dovesse essere restituito.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche l\u2019Istituto Italiano di Cultura, l\u2019ambasciata italiana, l\u2019Africa Unbound Museum, tutti ad Addis Abeba, non hanno reagito al nostro invito a partecipare alla discussione. Abbiamo contattato il museo di \u201cFairfield House\u201d in Inghilterra, dove l\u2019imperatore Haile Selassie visse in esilio, e il direttore, William Heath, nonch\u00e9 la dirigente, principessa Esther Sellassie Antohin, una pronipote di Haile Selassie, hanno preso atto del nostro progetto con interesse. Hanno inoltrato volentieri le nostre domande, ma anche loro non hanno risposto alla domanda sulla restituzione.<\/p>\n\n\n\n<p>E le studiose e gli studiosi che ricercano vari aspetti della cultura etiope, che abbiamo contattato via Twitter, ci hanno fornito informazioni sugli oggetti con cortesia e generosit\u00e0, ma anche loro non hanno reagito riguardo alla questione della restituzione o sull\u2019approccio generale del nostro progetto.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa mancanza di reazioni ci ha un po\u2019 disorientati. Quando pochi giorni fa ho provato a trarre delle conclusioni con Hannes, lui ha detto:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Hannes Obermair: <\/strong>La pi\u00f9 grande scoperta \u00e8 stata questa forma di modestia di cui adesso ho preso coscienza. Non \u00e8 pi\u00f9 un rapporto tradizionale con l\u2019oggetto, che cerchi di comprendere, elaborare, contestualizzare per rendergli giustizia. Vedo davanti a me una complessit\u00e0, un tema che \u00e8 pi\u00f9 grande di me, che a volte mi opprime anche, in un certo senso. E non mi sento in colpa, cio\u00e8 non \u00e8 una questione di coscienza sporca. Perch\u00e9 la coscienza sporca \u00e8 anche sempre una coscienza falsa. \u00c8 pi\u00f9 la consapevolezza che con l\u2019elaborazione analitico-discorsiva puoi arrivare solo fino ad un certo punto. E poi manca qualcosa. Quindi questa mancanza la sento con molta forza, che \u00e8, per dire, la parte etiope, ovvero l\u2019altra parte della narrazione che mi manca. Questo mutismo, che il mantello porta con s\u00e9 e che investe anche gli oggetti che lo attorniano, per me \u00e8 come una nebbia che mi provoca delle vertigini.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Questo vuoto singolare ci aveva persino spinti a porci la domanda, se non fosse del tutto sbagliato porre il quesito sulla restituzione in modo cos\u00ec aggressivo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci ha fatto pensare soprattutto la risposta di Petra Raymond, direttrice del Goethe-Institut di Addis Abeba. Anche a lei avevamo chiesto un feedback sul nostro progetto:<\/p>\n\n\n\n<p>(Jutta Wieser legge il messaggio) \u201cIn Europa, ovvero anche in Italia, esistono nell\u2019ambito del dibattito sulla decolonizzazione diversi sforzi atti a riflettere sulle restituzione e a confrontarsi con il proprio passato coloniale. Vedo l\u2019iniziativa del vostro museo in questa cornice. Dalla prospettiva etiope la situazione di partenza \u00e8 diversa da altri Paesi africani che hanno invece preteso con veemenza proprio questo confronto con la parte a nord del mondo. Qui, per la narrativa della propria identit\u00e0 nazionale, \u00e8 proprio importante l\u2019aspetto di non essere stati colonizzati e per questo si parla di periodo di occupazione italiana. Partire da un indumento cerimoniale etiope per la riflessione sul passato coloniale italiano, verrebbe interpretato qui come un errore di partenza o come un approccio non corretto.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Nella nostra intervista a Gaia Delpino e Rossana Di Lella del Museo delle Civilt\u00e0 di Roma abbiamo dato voce ai nostri dubbi:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Vorrei chiedervi qualcosa riguardo al nostro progetto perch\u00e9 sto riflettendo molto su questo punto negli ultimi tempi. Perch\u00e9 ci stiamo chiedendo se il mantello debba essere ritornato all\u2019Etiopia. Questa domanda \u00e8 diventata sempre pi\u00f9 importante perch\u00e9 \u00e8 una provocazione e tale dovrebbe essere. Nessuno ci ha chiesto di restituirlo. Siamo noi che ci stiamo ponendo la domanda. Da una parte penso che sia una nostra responsabilit\u00e0, perch\u00e9 se li consideriamo come oggetti sottratti indebitamente, penso che sia responsabilit\u00e0 delle persone che hanno rubato offrire di dare indietro quello che hanno preso se vogliono che sia fatta giustizia. Dall\u2019altra sto diventando sempre pi\u00f9 insicura e mi sto chiedendo\u2026 Come posso descriverlo? Perch\u00e9 finora non abbiamo avuto reazioni da parte etiope e quindi penso che una parte del motivo possa essere che il mantello non \u00e8 poi cos\u00ec importante. Ma mi chiedo anche se richiederlo in modo cos\u00ec attivo, non voglio insistere, non voglio continuare a chiedere \u2018Lo rivolete indietro?\u2019 Perch\u00e9, se non lo vogliono, va bene cos\u00ec. Capite cosa intendo?\u201d<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Rossana Di Lella:<\/strong> \u00c8 molto interessante questo lavoro che state facendo di messa in discussione delle vostre stesse soluzioni nelle prospettive di lavoro. Veramente interessante, perch\u00e9 in qualche modo siamo sintonizzati con voi. Perch\u00e9 da un lato, quando vi dicevamo che non ci sono attualmente delle richieste di restituzione, questo non vuol dire per noi che non ci poniamo, come voi, il problema della restituzione. Ovviamente, dal punto di vista formale, dal punto di vista di una restituzione fisica degli oggetti non possiamo prendere una posizione aperta ufficiale\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Hannes Obermair:<\/strong> Certo, certo\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Rossana Di Lella: <\/strong>\u2026che va nella direzione di un\u2019effettiva restituzione. Ma possiamo fare un lavoro di riflessione collettiva e ponendo questi temi anche a visitatori e persone che non c\u2019hanno mai pensato, perch\u00e9 nella loro vita non hanno mai avuto esperienza diretta nei contesti di questo tipo. Quindi, lavorare anche su un piano di presa di coscienza, perch\u00e9 sappiamo che la restituzione, come appunto dicevate anche voi, \u00e8 un elemento di un processo molto pi\u00f9 complesso che prevede un piano politico, prevede un piano simbolico. Non \u00e8 l\u2019oggetto di per s\u00e9 che viene trasferito, la cosa importante. Perch\u00e9 nel momento in cui l\u2019elemento viene trasferito da un paese all\u2019altro significa che ci sono le condizioni da una parte dall\u2019altra perch\u00e9 quell\u2019oggetto col trasferimento abbia un valore. Se c\u2019\u00e8 questo, allora il trasferimento fisico restituisce effettivamente qualcosa perch\u00e9 crea un nuovo equilibrio nelle parti. Da un punto di vista simbolico, politico, educativo etc. Se si tratta di una forzatura, di una cosa che viene solo da un lato, non so come dire\u2026, allora il processo \u00e8 meno completo. E quindi capisco le vostre difficolt\u00e0 rispetto alla no-reazione della parte etiopica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Hannes Obermair:<\/strong> Certo\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Quindi al momento non ci sono domande concrete di restituzione al museo, ma anche Gaia e Rossana si stanno confrontando comunque con il tema, appunto anche per sviluppare una propria posizione. E lavorano anche artiste e artisti, storici e storiche e giornaliste e giornalisti. Perch\u00e9 il Museo delle Civilt\u00e0, al contrario di Villa Freisch\u00fctz, \u00e8 un museo statale e non una fondazione privata, e quindi il museo non potrebbe decidere per conto suo in merito alle restituzioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Torno ancora al commento di Petra Raymond. Anche se la resistenza contro l\u2019occupazione italiana non ha mai del tutto capitolato, come abbiamo raccontato nell\u2019ultimo episodio, e non si \u00e8 mai stabilita una completa, stabile amministrazione coloniale in Abissinia, NOI ascriviamo la guerra in Abissinia dal 1935 al 1941 alla storia coloniale italiana. E questo perch\u00e9 l\u2019intento di Mussolini era di creare un impero coloniale a seguito dell\u2019occupazione. A NOI sembra importante portare in PRIMO PIANO l\u2019aspetto coloniale della guerra in Abissinia, perch\u00e9 l\u2019Italia viene ancora oggi ampiamente trascurata quando si tratta di storia coloniale.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo storico Markus Wurzer lo descrive cos\u00ec:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Markus Wurzer: <\/strong>In Italia questa memoria coloniale \u00e8 ampiamente taciuta, non se ne parla spesso apertamente e i ricordi sono ancora fortemente improntati a miti come quello degli \u201cItaliani brava gente\u201d, quindi all\u2019immagine che gli italiani e le italiane si siano comportati, nel loro ruolo di signori e signore coloniali, in modo molto pi\u00f9 umano di tedeschi, britannici o francesi. Questo mito e le figure e le immagini su cui \u00e8 costruito, hanno radici nella propaganda fascista del periodo tra le due Guerre, quando il regime fascista ha tentato di legittimare il proprio progetto coloniale in Africa settentrionale e orientale come missione civilizzatrice, e allo stesso tempo di screditare i grandi imperi coloniali, come quello francese o britannico, attribuendo loro l\u2019intento di sfruttare le colonie. Il fatto che non fosse per nulla diverso per il regime fascista e che si trattasse di trovare nuovo \u201cspazio vitale\u201d per la popolazione italiana, viene scopato sotto al tappeto. Al contrario, il regime fascista tent\u00f2 di vendere questo progetto coloniale in Africa settentrionale e orientale come una missione di civilt\u00e0 che, paradossalmente, avrebbe favorito soprattutto le popolazioni locali. Che la realt\u00e0 fosse ovviamente completamente diversa e che fosse caratterizzata invece da violenza, violenza di massa, e s\u00ec, che si trattasse proprio di violenza genocidiale, non solo nella guerra in Abissinia, ma anche nella Libia degli anni Venti e Trenta, viene facilmente dimenticato. I veterani di lingua tedesca di questa guerra in Etiopia, si sono sempre impegnati a parlarne, quando ne hanno parlato \u2013 non ne parlavano spesso n\u00e9 pubblicamente, solo a partire dagli anni 2000 in realt\u00e0 \u2013 ne hanno parlato come della guerra italiana, come guerra fascista, con la quale non volevano avere nulla a che fare, dalla quale hanno cercato di distanziarsi e a cui avrebbero partecipato pi\u00f9 come osservatori esterni, avventurieri. In questa narrativa si collocano anche le immagini che hanno portato a casa, immagini di propaganda, che mostrano i paesaggi esotici, gli animali e la popolazione. Come a dire: ero l\u00ec solo come un avventuriero a un safari, la guerra l\u2019hanno combattuta gli italiani. E questo porta naturalmente nei ricordi a un\u2019esclusione, o al fatto che nei ricordi famigliari, il colonialista sudtirolese sia sempre stato un buon signore delle colonie.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>\u00c8 assolutamente interessante. Perch\u00e9 quando questo mito della \u201cbrava gente\u201d viene portato avanti da parte italiana, fa sempre parte di questa narrazione: abbiamo portato la civilt\u00e0, volevamo fare del bene. E poi da parte sudtirolese: ma noi eravamo quelli veramente buoni. (ride)<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Markus Wurzer:<\/strong> Esatto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe:<\/strong> Ecco, questo dimostra chiaramente che questi racconti devono essere sempre circostanziati per capire quale funzione abbiano avuto. Cosa devono apportare, perch\u00e9 noi ci si possa riconoscere nella nostra immagine di noi stessi?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Una visitatrice di nome Fanaye, dopo aver guardato il materiale sul nostro progetto alla pagina web di Villa Freisch\u00fctz, ci ha lasciato questo commento:<\/p>\n\n\n\n<p>(Jutta Wieser legge il testo) \u201cAdesso Vi racconter\u00f2 quello che non trovate nei Vostri libri di storia. Mio nonno \u00e8 stato un guerrigliero della resistenza contro Graziani e Badoglio. Quando i generali vollero prendere possesso di Addis Abeba, trovarono una citt\u00e0 data alle fiamme. Perch\u00e9 prima mio nonno e Ras Abebe Aregay avevano dato fuoco alle molte case, prima di lasciare la citt\u00e0 insieme a tutti gli uomini abili al combattimento. Graziani non ha preso bene l\u2019incendio. Era furioso e diede l\u2019ordine di massacrare tutti gli alti funzionari. La maggior parte di loro erano uomini anziani o fragili che avevano prestato servizio sotto l\u2019imperatore Menelik II. Uno dei fucilati era il padre di mia nonna. Sua moglie e i figli, che furono trovati mentre pregavano in una chiesa, vennero spediti sull\u2019isola di Asinara (come bottino di guerra?) dove rimasero fino alla fine della guerra.&nbsp; Forse il vostro indumento cerimoniale, \u2018il mantello etiope\u2019, apparteneva a uno dei massacrati. Nel qual caso, del sangue invisibile lo sta macchiando. Per questo vi consiglio di ritornare il mantello al Paese cristiano.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Petra Raymond aveva concluso la sua e-mail con queste parole:<\/p>\n\n\n\n<p>(Jutta Wieser legge il testo) \u201cPer la questione, se il mantello debba essere ritornato oppure no, dalla prospettiva etiope \u00e8 importante qualcos\u2019altro, ovvero a chi fosse appartenuto, da cui si potrebbe capire se una restituzione potrebbe essere per loro interessante.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> In effetti la domanda aveva perseguitato anche noi. Ma solo pochi giorni fa mi \u00e8 venuta in mente un\u2019idea su come poter determinare in modo ancora pi\u00f9 preciso l\u2019origine del mantello. Come vi abbiamo detto, nella collezione di Villa Freisch\u00fctz si trovano anche tre spade di provenienza abissina. Hannes, Herta ed io le abbiamo guardate diversi mesi fa, ma senza riservare loro una particolare importanza. Avevo notato chiaramente anche le iscrizioni in amarico su due delle armi, ma all\u2019epoca avevo pensato, aha, non saranno mica i nomi degli antichi proprietari. E pochi giorni fa ho pensato: e se invece lo fossero?<\/p>\n\n\n\n<p>Ho postato fotografie delle spade su Twitter e Sophia Dege-M\u00fcller, un\u2019esperta di manoscritti etiopi, ha subito tradotto una delle iscrizioni: c\u2019era scritto Ras Tessema Nadew. Ras Tessema Nadew! Un importante generale, politico e stretto fiduciario di Menelik II. L\u2019incisione sull\u2019altra spada era difficile da decifrare, forse per questo nessuno su Twitter ha tentato una traduzione. Abbiamo quindi dato il testo in incarico a una traduttrice.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Ariane Karbe: <\/strong>E adesso diventa ancora pi\u00f9 entusiasmante. Adesso controllo la posta per vedere cosa ci ha svelato la traduttrice sull\u2019altra spada. Apro la mail\u2026 aha\u2026 okay, qui parla di un marchio. Ma l\u2019importante per noi \u00e8 se ci sia un\u2019iscrizione personale, con un nome. E infatti. Ecco, adesso sta diventando davvero emozionante, perch\u00e9 adesso abbiamo potuto identificare anche un secondo proprietario. Perch\u00e9 sulla sciabola non si trova solamente il marchio di chi l\u2019ha forgiata \u2013 Henry Wilkinson \u2013 ma anche a tutti gli effetti il nome dell\u2019antico proprietario: Fitawrari Habte Giyorgis.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Fitawrari Habte Giyorgis Dinagde \u00e8 stato ministro della guerra sotto Menelik II, sotto la sua successora Zauditu e il successore di QUESTA Haile Selassie. Potrebbe assolutamente essere che il mantello si accompagni a una delle armi e che quindi sia appartenuto a Tessema Nadew o a Fitawrari Habte Giyorgis Dinagde. Riporta il mantello nelle vicinanze dell\u2019imperatore Menelik, vi ricorderete che da questa supposizione \u00e8 partito l\u2019intero progetto, se si potesse trattare, quindi, di un indumento cerimoniale dell\u2019imperatore d\u2019Abissinia. Nel corso del progetto avevamo lentamente messo da parte questa ipotesi, ma oggi non la riteniamo pi\u00f9 del tutto impossibile, per via delle spade, anche se improbabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Ancora pi\u00f9 importante \u00e8 che sia Habte Giyorgis Dinagde, sia Tessema Nadew avevano partecipato alla battaglia di Adua nel 1896. L\u2019Italia, infatti, aveva gi\u00e0 tentato nel XIX secolo di conquistare l\u2019Abissinia, fallendo miseramente. Lavare \u201cl\u2019onta di Adua\u201d era uno dei motivi che Mussolini aveva addotto per giustificare l\u2019attacco all\u2019Etiopia nel 1935. Se il mantello cerimoniale e le spade risalgono a questa epoca, allora sarebbero simboli, in un primo momento, della vittoria dell\u2019Abissinia sull\u2019Italia e, in un secondo momento, attraverso l\u2019impossessamento da parte di Enea Navarini, della temporanea sconfitta del Paese africano.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse queste evidenze rendono il mantello pi\u00f9 interessante da una prospettiva etiope, perch\u00e9 cos\u00ec, insieme alle due spade, potrebbe simboleggiare per l\u2019Etiopia il proprio successo nella lotta contro la colonizzazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Si fa pressante la domanda su quanti oggetti coloniali siano ancora presenti nei musei europei, di cui nessuno sa NIENTE. Un paio di giorni fa mi ha raggiunta un messaggio di Frank Steinheimer, direttore del magazzino centrale delle collezioni di scienze naturali di Halle, cui avevo segnalato il nostro podcast. Mi ha riferito che nella soffitta dell\u2019ex Istituto zoologico aveva appena trovato qualcosa:<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O-Ton Frank Steinheimer: <\/strong>Cara Ariane, improvvisamente il tuo podcast \u00e8 diventato di stringente attualit\u00e0, dopo che abbiamo rifatto il tetto e sotto la cima della nostra soffitta abbiamo ritrovato diversi scheletri umani. All\u2019inizio non mi sono fatto molti pensieri, ed ho immaginato che provenissero da un cimitero europeo. Ma dopo averli analizzati geneticamente, abbiamo potuto riscontrare che si trattava di cinque scheletri maschili e tre femminili, e tra le altre cose \u00e8 venuta fuori dalla soffitta una cassa con un\u2019etichetta che riportava: \u201cMaka, Gallaland, Abissinia.\u201d E ci \u00e8 risultato subito evidente che i nostri scheletri appartenevano all\u2019etnia Maca del gruppo Oromo, che oggi vive in Etiopia. E improvvisamente ci ha assaliti la domanda, non soltanto su cosa si debba o voglia o possa fare con un mantello, ma anche con questi otto scheletri, che volentieri riaccompagneremmo indietro. Anche in questo caso \u00e8 difficile trovare una persona di riferimento e sapere con esattezza se gli otto scheletri oggi sarebbero benvenuti in Etiopia. Quindi grazie al tuo podcast mi sono avviato su una strada, che tu hai gi\u00e0 un po\u2019 spianato, e sono molto curioso di sapere come andr\u00e0 avanti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> Nel nostro progetto siamo partiti con una domanda, su quale storia si nascondesse dietro il mantello etiope. Allo stesso tempo, noi team di Villa Freisch\u00fctz, volevamo elaborare un nostro posizionamento rispetto agli oggetti museali di origine coloniale. Hannes ed io eravamo propensi ad una restituzione del mantello, anche se non eravamo ancora in grado di ricostruire le circostanze che lo hanno portato in nostro possesso, se si fosse trattato di un dono o di una ruberia. Anche se si fosse trattato realmente di un regalo, come avrete sentito nello scorso episodio. Perch\u00e9 anche quello sarebbe stato maturato all\u2019interno di un contesto coloniale e perch\u00e9 pensiamo che simili gesti di buona volont\u00e0 potrebbero contribuire a guarire il comune passato di violenza condiviso dall\u2019Etiopia, dall\u2019Italia e dal Sudtirolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Decisivo per\u00f2 \u00e8 il parere del consiglio direttivo della fondazione Navarini-Ugarte. Questa domanda \u00e8 diventata improvvisamente molto importante, da ieri per essere precisi. Perch\u00e9 da ieri la possibile restituzione a cui ci stiamo avvicinando da mesi nei nostri pensieri, sembra tutt\u2019a un tratto essere diventata molto pi\u00f9 concreta. Tormentata dall\u2019assenza di reazioni da parte etiope, qualche giorno fa ho pensato a chi avrei ancora potuto contattare. Mi \u00e8 venuto in mente il giornalista Andrew Heavens, che al momento sta preparando un libro sugli oggetti d\u2019arte etiopi trafugati e che avevo scoperto tramite Twitter. Gli ho scritto per chiedergli come mai, secondo lui, le reazioni etiopi fossero cos\u00ec contenute. Per via della guerra civile, mi ha risposto. E mi ha inoltrato il contatto del<\/p>\n\n\n\n<p>ricercatore sull\u2019Etiopia Alula Pankhurst, che attualmente ha seguito la restituzione di sedici oggetti dall\u2019Inghilterra all\u2019Etiopia. Ho scritto ad Alula con la sensazione di aver portato il progetto ad una buona conclusione, anche se non avesse risposto. Semplicemente perch\u00e9 sapevo che l\u2019informazione con lui sarebbe stata in buone mani. Se non avesse reagito, sarebbe stato per dei buoni motivi. Ieri ci ha risposto che caldeggerebbe una restituzione e potrebbe aiutarci. Adesso, dopo aver registrato questa serie e aver lasciato lo studio di registrazione con uno sguardo verso le Dolomiti, mi sieder\u00f2 in macchina con Hannes e partiremo alla volta di Villa Freisch\u00fctz. L\u00ec parleremo con i membri del consiglio direttivo della Fondazione Navarini-Ugarte riguardo a una possibile restituzione. Come decideranno? Il mantello etiope torner\u00e0 veramente nella sua vecchia patria?<\/p>\n\n\n\n<p>CANZONE DI MARION MORODER \u201cUn lungo viaggio\u201d<\/p>\n\n\n\n<p><strong>AK:<\/strong> La canzone \u00e8 stata scritta e composta da Marion Moroder. Un sentito grazie a Jutta Wieser per la lettura dei messaggi, al servizio di traduzioni Comtext Fremdsprachenservice per la traduzione del testo sulla spada e a tutti i e tutte le partner di intervista.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1 Podcast: Il mantello etiope: puntata 1 \u201cAvvio\u201d Villa Freisch\u00fctz, Fondazione Navarini-Ugarte, Merano Autrice: Ariane Karbe CANZONE DI MARION MORODER \u201cUn lungo viaggio\u201d (ritornello) Ariane Karbe (AK): Benvenuti e benvenute alla Villa Freisch\u00fctz! In questo momento mi trovo nel sottotetto della villa, dove viene conservata la maggior parte degli oggetti. 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